archivio

Drammatici

Tra i film in corsa per gli Academy Awards spicca, con ben otto candidature, The imitation game il biopic di un personaggio che è stato fondamentale per l’Europa e che ha subito una sorta di damnatio memoriae.

La storia, infatti, è quella di Alan Turing, matematico inglese che durante la seconda guerra mondiale lavorò con un team di esperti a Bletchley Park e riuscì a costruire una macchina che criptasse i messaggi indecifrabili inviati da Enigma, la macchina inventata dai tedeschi per nascondere le proprie mosse militari. Ma è anche la storia di una brutalità, ovvero della condanna che gli fu imposta in seguito alla scoperta della sua sessualità. Gli si chiese di scegliere tra la detenzione e la castrazione chimica e lui scelse la seconda per avere la possibilità di continuare a lavorare alla sua macchina, al suo Christopher. Ma le iniezioni di estrogeno non annullarono soltanto la sua libido, modificarono anche il suo corpo e lesionarono la sua psiche, già molto fragile. Questo, probabilmente, lo condusse al suicidio, effettuato tramite l’ingestione di una mela “corretta” con del cianuro.

Un biopic così, però, io non l’avevo mai visto.
La regia dello sconosciutissimo Morten Tyldum  mi ha sorpresa e forse anche un po’ sconvolta. Mi aspettavo qualcosa di preconfezionato, la solita biografia piena di drammaticità e richiami che fanno impazzire gli hipster, invece ho trovato sullo schermo una serie di immagini vere, delicate e prive di qualsivoglia stereotipo. Il fulcro del racconto sono le emozioni del protagonista, genio con evidenti disturbi compulsivi, e le vicende dei personaggi che ruotano attorno a lui, mossi dagli ingranaggi di un fatto storico di tragica importanza: la guerra.
Una cosa davvero interessante è il fatto che la moltitudine di argomenti che trapelano nel corso della storia siano stati a lungo tema di dibattiti, manifestazioni e fonte di indignazione, ma per il più evidente, ovvero la brutalità con cui venne affrontata l’omosessualità di questo eroe di guerra, sono dovuti trascorrere più di cinquant’anni per poter ricevere da Elisabetta la grazia postuma. Probabilmente ora molte più persone saprebbero chi ringraziare dopo aver visto un libro ucronistico come Fatherland se sapessero chi ha decifrato i codici tedeschi e ha deciso quando e dove fosse meglio intervenire. In due anni sarebbero potute morire tantissime altre persone, sì, ma avrebbe anche potuto vincere la Germania.
Ma le storie interessanti legate a questa vicenda non riguardano solo il protagonista. Il suo team, infatti, si componeva di un cervellone campione di scacchi di nome Hugh Alexander ( Matthew Goode), di una spia sovietica tanto ingenua da essere pedina dei servizi segreti britannici, di un giovane la cui famiglia era quasi tutta al fronte mentre lui scarabocchiava numeri e di una giovane donna, Joan Clarke (Keira Knightley), che dovette quasi contrarre un falso matrimonio per poter continuare a condurre un lavoro all’altezza del suo intelletto.

La sceneggiatura del film non è un capolavoro per quanto riguarda i dialoghi, però merita di essere definita tale se si pensa alla complessità della struttura e al fatto che non ci sia un momento in cui la chiarezza venga meno o in cui si sia tentati di controllare le notifiche sul cellulare (ormai uno sceneggiatore deve fare i conti con un pubblico distratto, non lo si può negare). Per questo bisogna congratularsi con Graham Moore, che ha riadattato per il grande schermo la biografia Alan Turing: the Enigma, opera di Andrew Hodges. Le scelte registiche di Tyldum tradiscono una particolare attenzione alla tensione della scena, che ha reso efficaci riprese mosse e montaggi veloci nonostante il film fosse una biografia piuttosto drammatica. L’ha velocizzata senza renderla trash e…mi piace! La colonna sonora di Alexandre Desplat è, al solito, un’accompagnamento decisivo, ma poco invadente, che si impone con timidezza nei momenti clou per poi ridursi a un fischiettio armonioso quando l’attenzione dello spettatore deve essere focalizzata su altro. Ma su cos’altro?
Su quello che è stato, a mio parere, il pezzo forte del film: Benedict Cumberbatch. Senza nulla togliere alle ottimi interpretazioni degli altri attori, soprattutto alla Knightley che questa volta si è impegnata più del solito a smascellare nei primi piani, bisogna riconoscere che un film del genere non avrebbe retto senza un attore capace. Un attore capace di interpretare un personaggio per certi versi molto simile a quello che l’ha reso famoso, Sherlock, ma completamente divergente proprio per il lavoro effettuato da Cumberbatch sul ruolo.
Niente, mi sembrava giusto precisarlo, perché spesso si definisce “bello” un film nonostante il lavoro superficiale del cast ed io questo non lo trovo assolutamente giusto.

Tirando le somme: per una volta concordo con le candidature degli Oscar. Già so che mi deluderanno durante l’assegnazione dei premi, ma la rassegnazione mi aiuterà nel placare la mia sete di sangue.
Se ancora non avete questo film, guardatelo. Vi farà davvero bene.

 

– Giorgia Spizzuoco

 

Annunci

Quando uscì nelle sale italiane The Butler, mi rifiutai di andare a guardarlo perché già dal trailer mi sembrava una quelle sviolinate tremende che piace tanto agli americani e che io detesto.
Avevo ragione a pensarla così, ma l’ho scoperto solo dopo un anno. Meglio tardi che mai, no?


La storia è tratta da un articolo di giornale di un certo Wil Haygood  per il The Washington Post in cui viene raccontata la storia di un maggiordomo che ha servito i presidenti americani per più di trent’anni. Ne avrà viste parecchie, il tipo!
Romanzato, il film racconta la storia di Cecil Gaines, un uomo di colore che è riuscito a scappare dai campi di cotone in cui veniva sfruttato con tutta la sua famiglia per costruirsi una carriera come maggiordomo di tutto rispetto. Avrà anche una famiglia e due figlioletti, che però vivranno una gioventù diversa dalla sua. Mentre lui servirà il té ai vari presidenti, i suoi figli lotteranno per i loro diritti o per la loro patria.

Ho già parlato altre volte del concetto di “film facile“, ma magari c’è qualche nuovo adepto che non sa cosa intenda con quest’espressione ed è meglio chiarire. Un film facile è un film che, se non fosse per storie struggenti, scene strazianti, lutti e altre moine, non sarebbe nulla di che.
The Butler è un film facile perché non prende una posizione ben precisa e oscilla tra due realtà completamente opposte senza mai dire chi ha ragione e chi torto. Il protagonista stesso, poco prima del concludersi della narrazione, fa un passo indietro ed ammette i propri errori, ma comunque resta un personaggio buono, tenero e tutto quello che può essere un vecchietto stanco e “sciancato”.
Gli unici punti in cui le due vicende sembrano non scorrere più tanto parallele sono, appunto, dei picchi di drammaticità. Drammaticità un po’ esasperata, a mio parere, visto che una famiglia composta da quattro elementi subisce tutte le calamità che si sono abbattute sugli americani in tre decadi. Della serie “mettiamo la celebre nuvoletta sulla loro casa, così giustifichiamo quest’infamia divina che farà amare i Gaines al pubblico”.
Tornando all’ignavia di questo film, mi sembra d’obbligo affrontare polemicamente l’immagine dei vari presidenti che si sono succeduti durante la permanenza del maggiordomo alla Casa Bianca. Non credo che ci sia un modo giusto o sbagliato di presentare un personaggio, basta che ci siano delle valide motivazioni e coerenza. Qui, invece, viene sempre proposta una doppia faccia di questi personaggi, ma è come se la loro somma li annullasse.
C’è da dire, poi, che non si parla mai abbastanza di certi argomenti e non credo che si possano affrontare con tanta disinvoltura. Voglio dire, ci sono scene in cui il protagonista ti suggerisce palesemente di prenderlo a cazzotti, quasi ti provoca.

Il fatto che questo sia un film su misura per l’America è palesato dal cast che il regista, Lee Daniels, ha convocato: Forest Whitaker, John Cusack, Lenny Kravitz, Robin Williams, Oprah Winfrey, James Marsden, Jane Fonda. La trovo una cosa un po’ eccessiva, quasi a cercare un applauso ogni volta che un personaggio celebre sorride compassionevolmente all’umile maggiordomo, chino sul suo vassoio. Forse sono io che sono troppo europea, ma queste americanate dovrebbero essere derise più spesso, così magari la smettono.
Tecnicamente è un film discreto. Credo che il pubblico medio lo apprezzerebbe e che (sì, è un pallino fisso) finirà presto tra i cineforum scolastici. Insomma, un film che affronta talmente tante tematiche da rincoglionire i ragazzini, entusiasmare le professoresse provincialotte ed annoiare chi ha bisogno di qualità. L’unica pecca, e non lo dico perché va sempre trovato un pelo nell’uovo, è la fotografia. L’immagine era davvero troppo buia e priva di qualsivoglia identità.

Non è un film spiacevole, se non avete di meglio da guardare, ma si ha sempre di meglio da guardare.
Okay, no. Se avete in mente di guardare The Shining magari non trovate di meglio in giro, ma ci vuole sempre un’eccezione per confermare una regola, no?

Giorgia Spizzuoco

Dopo lo scandalo di cui ho parlato in quest’articolo (ps. passate per Parte del discorso…ne vale la pena, ci scrivo anche io!), sono andata al cinema per guardare Big Eyes. 

La storia è abbastanza avvincente, ma un po’ troppo moraleggiante. Forse perché sono fatti realmente accaduti, negli anni ’50 o giù di lì. Basta cercare Walter e Margaret Keane.
Una giovane artista, madre single, incontra un uomo affascinante che apprezza i suoi quadri, particolari a causa degli occhi enormi, “come delle frittelle“, in cui lei racconta l’animo dei suoi piccoli personaggi. I due si innamorano, piuttosto velocemente, e si sposano. La donna non dovrà aspettare molto, però, per rendersi conto che davanti al denaro siamo tutti abbastanza deboli e che il matrimonio che lei aveva ritenuto una salvezza fosse, in realtà, una trappola.

Dopo una settimana mi sento sicura, posso piazzare la mia scommessa: punto tutto su Big Eyes come prima scelta dei cineforum scolastici 2015/2016.
Tralasciando la mia innegabile simpatia, torniamo alle cose serie.
Big Eyes non è un film degno di nota, bisogna ammetterlo. Questo non significa che lo stile originale di Tim Burton sia una garanzia, perché anche Alice in Wonderland, saturo dell’estetica burtoniana, si è dimostrato un film mediocre (sono buona solo perché in quel film ci sono Anne e Mia, che meritano solo amore). Ma di sicuro significa che Burton ha perso qualche colpo…che abbia eseguito ordini di produzione o che questa sia farina del suo sacco, non cambia molto: è irriconoscibile.
Sono pochi i frangenti in cui si individua una traccia della sua vera regia. La scena al supermercato, ad esempio, in cui il grottesco va ad accompagnare un climax di tensione psicologica, o la brevissima scena in cui Walter è intervistato in TV, b/w, e ci si sente di nuovo dentro Ed Wood, per quel poco che basta a lasciarsi assalire dalla malinconia.
Burton mi sta facendo seriamente preoccupare. È come se non avesse più la forza di inventare e si limitasse ad accontentare il pubblico, che da lui si aspetta ancora qualcosa di grande, con storie commoventi e scelte stilistiche facili, comuni e snervanti.

Per una volta, poi, mi sono sentita delusa da uno degli attori che ho sempre adorato di più: Christoph Waltz. 
Inizia a sembrare Totò, ora che ci penso. Solo che Totò era se stesso in ogni film, era una marionetta che veniva calata di volta in volta davanti a scenografie diverse, cimentandosi in avventure che vedevano sempre lui, Totò, come protagonista.
Waltz, invece, sembra ormai ostentare la sua comicità nei ruoli drammatici. Insomma, toglietelo dalle mani di Burton, altrimenti fa la fine di Johnny Depp.
Amy Adams, 
invece, non mi ha turbata più di tanto. Continua ad avere l’aria di una che è stata appena risvegliata da un coma, ma almeno questa volta il tutto è servito a ricalcare l’ingenuità del personaggio.
La verità è che i due personaggi non sono resi male. Certo, Waltz avrebbe potuto eccedere di meno nella mimica facciale, mentre lei avrebbe potuto sforzarsi un po’ di più nel gestire i suoi muscoli facciali, ma tutto sommato non confondono lo spettatore. Anzi, lo condizionano abbastanza da coinvolgerlo nella vicenda che, va detto, è molto interessante.

Tecnicamente non me la sentirei di criticare nulla del film. È fatto bene, ma in maniera davvero banale. La fotografia non ha alcun picco creativo, così come le musiche (per favore, bombardate l’ugola di Lana Del Rey, tra un po’ sostituisce Cristina D’Avena e siamo tutti fottuti) e le riprese. Piatto, diciamo.
Però non posso non tirare una frecciatina a chiunque si sia occupato di trucco, parrucco e vestiario, perché le scelte sono state pessime. Erano più credibili i costumi della mia recita di quinta elementare.

Sì, come tutti ero partita prevenuta, sapevo che non si può duplicare qualcosa come Edward Mani di Forbice, ma comunque non mi vergogno di ammettere che quel pomeriggio dentro me covavo la speranza che il magico Tim si fosse ripreso dopo Dark Shadows e Alice in Wonderland (universalmente riconosciuti come film brutti) .
Ma questa delusione non mi fermerà, prima o poi riuscirò a minacciare personalmente Tim Burton e ad ottenere un altro dannatissimo film degno d’essere chiamato tale.

Giorgia Spizzuoco

Di questi tempi, l’anno scorso, passavo le mie giornate depennando film dalla mia personale lista “Oscar”. Due film, però, non li ho guardati per tempo e se volessi dirvi il perché dovrei inventarne una grossa, dato che non ricordo per nulla il motivo.

Così, nell’ultimo pomeriggio di quest’anno, sorprendentemente gelido anche qui al sud, ho deciso di dedicare un paio d’ore a Philomena, film di cui ho sempre sentito parlare davvero benissimo. Le mie aspettative, quindi, erano puramente frutto del parere altrui e questa cosa non mi va mai giù sul serio. Non ero documentata, non avevo idea di quello che stavo per guardare, ma non mi sono tirata indietro. Velocissima occhiata alla pagina Wikipedia (straordinariamente la mia edizione del Morandini, del 2014, non contiene una scheda sul film) del film, giusto per aver chiari i punti cardinali di questa produzione, e play!

Tratto da un libro pubblicato nel 2005 da Martin Sixsmith, Philomena racconta la storia di una donna che dopo più di quarant’anni decide di venir meno alla sua promessa di redenzione e, con l’aiuto di un cinico quanto disperato scrittore, inizia la ricerca del figlio che fu costretta a dare in adozione dal convento irlandese presso cui alloggiava in giovane età.

I motivi per cui voglio iniziare con l’assicurare chi mi ha consigliato il film che sono pienamente d’accordo con loro riguardo la sua vera e propria bellezza, sono moltissimi e spero che differiscano rda quelli decantati da tutti. Sì, perché ho senz’altro apprezzato l’atmosfera del film, in cui il contrasto tra due differenti austerità, quella britannica e quella americana, riescono a creare una piacevolissima ambientazione per gli sviluppi emotivi della storia. Ho apprezzato moltissimo anche le ambientazioni e la fotografia, che per me in questo film hanno giocato un ruolo fondamentale nel ricreare lo sfondo adatto al viaggio di una donna che non ha speranze e si affida a qualcosa di più grande, impalpabile: la religione.
Sono cose che ho notato, come molti altri spettatori, ma che non credo siano i veri punti forti del film.

Judi Dench, che da qualche tempo è sulle bocche di molti, anche giovanissimi, ha per me dato finalmente un senso alle lodi che tutti hanno sempre intonato in suo nome. Attenzione, non è mia intenzione sminuire il suo talento o mettere in dubbio il suo successo, perché credo che come attrice abbia un posto d’onore tra i “grandi”, ma più del teatro che del cinema. C’è un’abissale differenza, per chi non lo sapesse, e in tutta onestà aspettavo da tempo una sua interpretazione del genere per veder confermato il suo talento scenico sul grande schermo, come sul palcoscenico.
Non solo è riuscita a rendere interessante un ruolo abbastanza trito, quello dell’anziana devota, ingenua e grintosa, ma lo ha anche avvicinato alla realtà di moltissime donne. Sarò sincera, mi ha ricordato moltissimo mia nonna, una donna forte delle sue convinzioni, piena di buoni sentimenti e di forza, lontanissima, insomma, da quelle nonne immorali ed irregolari che spesso ci propina il cinema.
Sono rimasta profondamente provata dalla sua performance e credo che questo sia il cardine centrale del film. Un ruolo necessario, interpretato con una serietà sconcertante: memorabile.

Ma non si può tralasciare il ruolo di Steve Coogan, che in questo film è il co-protaginista. Un cinico giornalista, inspiegabilmente adirato e insofferente nel confronto con la fede della donna. Un personaggio che, se vogliamo dirla tutta, un’altra produzione avrebbe lasciato nelle dannosissime mani di George Clooney.
Ma Steve Coogan aveva a cuore questo progetto, per questo ha donato un’ottima interpretazione, perché aveva curato anche la sceneggiatura, insieme Jeff Pope.

Un’altra mossa vincente, a mio parere, è stata quella di inserire pochi personaggi.
Nel rivivere i momenti perduti, non s’inciampa in personaggi superflui, devianti o del tutto irrilevanti. È come se fosse stata attuata una scrematura, una selezione tra i personaggi che avrebbero dovuto figurare in questo racconto. Il risultato è una profondissima introspezione dei due protagonisti, i cui segreti tornano a galla ad ogni battuta, lasciando permeare emozioni o forti messaggi da ogni scena o semplice inquadratura.
La sceneggiatura ha quindi snellito parecchio una storia che avrebbe potuto rischiare di essere indigesta per molti, ma non ha tralasciato qualche sviolinata che la regia, di Stephen Frears, ha cercato di circoscrivere. Per questo le grandi profondità di campo, i colori freddi nei momenti più intensi e una colonna sonora mai troppo invadente o persuasiva.
Senza dubbio, però bisogna anche ammettere che la storia affronta tematiche decisamente forti con una delicatezza unica. Questo, probabilmente, ha consentito di creare un film tanto dolce quanto amaro.

A conti fatti, quindi, definirei Philomena un progetto, un lavoro, coi fiocchi. Un elaborato eccellente e una storia toccante. Insomma, un bel film come non ne vedevo da parecchio.

Consigliatissimo.

– Giorgia Spizzuoco

Da quando è andato in onda (o meglio, da quando è stato disponibile in streaming) True Detective, molti hanno quasi dimenticato il ruolo di McConaughey che gli è valso un Oscar all’ultima premiazione dell’Academy. Parlo di Dallas Buyers Club, ma perché ne parlo qui? Perché ne parlo nella recensione di The Normal Heart, film HBO che Sky trasmette più della pubblicità del Conto Arancio?
Bene, se ti stai ponendo queste domande vuol dire che non hai guardato Dallas Buyers Club o che, ahi ahi, non ne hai nemmeno sentito parlare. Potrei cercare, in qualche riga, di descrivere il mio sguardo di disapprovazione così che stanotte questo ti perseguiti, ma potrei anche fingere che le mestruazioni e la tracheite non mi rendano una checca isterica e spiegarti tutto per bene. Fortunatamente papà mi ha portato i tortellini melanzane e ricotta, quindi sono di buon umore.

Il fattore comune di questi due film è l’AIDS e i primissimi anni ’80 come ambientazione, ma due differenze sostanziali giustificano il fatto che esistano due film ambientati nello stesso periodo che parlano della stessa malattia:

  • The normal heart ha un cast in cui ci sono solo due donne. Una è Julia Roberts gambizzata e l’altra è…non ne ho idea, ma una persona comunque poco attraente. Ebbene sì, sono tutti gay. Gay fino al midollo, promiscui, depilati, carini e logorroici. Questa è la prima sostanziale differenza con Dallas Buyers Club, che invece racconta l’AIDS inquadrando una porzione più ampia di popolazione che, quando ancora non c’erano cure sicure o certezze sulla malattia, contraeva il virus e lo passava a destra e manca.
  • The normal heart è un palese tentativo di romanzare uno o più fatti di cronaca, così da coinvolgere lo spettatore emotivamente con più forza, mentre in Dallas Buyers Club c’è solo una scena che spezza i cuori (e, mi duole ammetterlo, è proprio la scena in cui Jared Leto è prima donna), tutto il resto e dura realtà, proposta con crudezza anche nel linguaggio audiovisivo.

Il confronto è sorto spontaneo in me e ho voluto condividerlo con la mia ristretta cerchia di lettori. Quindi ora andiamo oltre, sparliamo di The Normal Heart e basta.

La storia è quella di Ned Weeks, uno scrittore omosessuale che inizia una lotta all’indifferenza riguardo le numerosissime morti dovute all’AIDS, di cui non si ha alcuna notizia certa a causa della ricerca portata avanti da pochi medici non finanziati dal governo. Ma lui non è il solo protagonista di tutta questa faccenda, perché con lui lotteranno altri omosessuali, amici o semplici volontari, tra cui anche l’amore della sua vita.

Ho riassunto malissimo la trama perché fa davvero acqua da tantissime parti e non ho voluto far spoiler riguardo quelle poche svolte interessanti (che, sì, mi hanno fatto piangere come una deficiente). Un argomento così difficile, accompagnato da storie d’amore struggenti, non può essere sceneggiato per più di due ore di film, diventa insostenibile ed è impossibile non essere tentati di andare velocemente avanti durante scene totalmente inutili. Inoltre…non si può mettere un monologo di cinque minuti ogni due minuti di film. No, non si può proprio!
Un’altra cosa che personalmente non sopporto è la scelta di saturare tantissimo l’immagine, ma la trovo una trashata quando si tratta di un film a tematica LGBT. Sembra quasi un pregiudizio visivo! E, per restare in tema di pregiudizi, vorrei davvero poter avere l’occasione di scambiare due parole a quattr’occhi con Mark Ruffalo, perché se non è capace di interpretare un personaggio senza farne una caricatura, può benissimo sceglierne un altro, data la mole, a mio parere ingiustificata, di proposte che scommetto avrà quotidianamente.

Il film, nel complesso, è un mattone che sono riuscita a guardare per intero solo grazie all’influenza che mi dà ben poche alternative al divano/letto. Escludendo gusti personali e simpatie, credo che andrebbe rivisto un po’ in fase di montaggio, magari per trovare qualche soluzione più….leggera.
Concludo chiedendo al mio pubblico: ma voi avete capito perché si chiami The Normal Heart? Io davvero non l’ho capito e se avete qualche informazione o una motivazione valida per la scelta di un titolo tanto promettente, vi prego di commentare immediatamente.

CAST: Mark Ruffalo, Matt Bomer, Julia Roberts, Jim Parsons, Taylor Kitsch

L’ultima edizione di Cannes mi ha sconvolta. Ho voglia di guardare tutti i film in concorso e poiché questa cosa non è mai successa ho deciso di dare una ripassatina a qualche titolo che ho volutamente trascurato. Ma avrei preferito non farlo.

Ed eccomi qui a parlare di No, un film diretto da Pablo Larraìn che si basa su un’opera teatrale, El Plebiscito.
Ad essere sincera mi annoio un po’ di procedere con un’analisi tecnica più o meno meticolosa, perché il film mi ha proprio fatta innervosire. Ho dovuto stopparlo più volte, altrimenti non avrei mai completato la visione. Sono seria.
La storia che viene raccontata non è semplice, è ricca di contraddizioni e di densa di elementi drammatici che però andavano necessariamente mescolati ad una buona dose di ottimismo e queste cose così, un po’ sudamericane (vi giuro, non trovavo un modo migliore per definirle).
A me dispiace anche dirlo così, senza troppi giri di parole, ma….che risultato deludente!
La ratio utilizzata, mista alla fotografia e alle riprese un po’ stile documentario sono un mix che non funziona per un lungometraggio. L’attenzione scema man mano che il film va avanti senza prendere mai uno slancio, senza coinvolgere con entusiasmo. C’è da dire, però, che gli spot che sono stati ricreati o recuperati per la produzione sono una chicca, ma non si possono ripetere all’infinito per la questione di cui vi ho già parlato.
Se poi devo essere proprio sincera dico qui, nero su bianco, che non ho apprezzato neanche l’interpretazione di Bernal, attore che ho adorato il La mala educacion L’arte dei sogni.  Anche in questo caso tutto mi è sembrato molto piatto e apatico, quindi poco coinvolgente e fallimentare per un film.

Sto sempre a dire quanto per me sia sbagliato concepire il cinema come un intrattenimento, ma ora sono costretta a prendere la controparte e chiarire che il cinema è anche intrattenimento. Detto questo non penso di dover aggiungere altro, perché sui film noiosi si può dire ben poco.
Ah, quasi dimenticavo le circostanze. È ovvio che questa è la mia opinione e che, magari, per un’altra persona questo film è interessantissimo, ma resto comunque dell’idea che un regista debba puntare ad interessare chiunque, non solo una nicchia. In questo modo crea le nicchie, ovvero quelle persone che sono rimaste tanto impressionate da trasformare quel film in cult.

Giorgia Spizzuoco

Nuovo articolo per la saga “Quello che non andrebbe visto il sabato sera e che io guardo perché sono scema”. Sono quasi certa che, lì nelle vostre case, vi starete chiedendo come mai questo film dal nome tanto intrigante non sia adatto al sabato sera. La risposta è semplice: è drammatico, lungo e lento. La combo perfetta se vuoi mettere sei Kg mangiando gelato, piangendo e rotolando nella tua misera condizione.
Ora però faccio la persona seria, passatemi il cravattino.

Nel film viene raccontata la storia che c’è dietro al governo di Struensee (che in italiano si pronuncia quasi “stronso”). Il re di Danimarca Cristiano VII sposa Caroline Matilde, principessina inglese, ma il loro rapporto parte col piede sbagliato a causa dell’evidente squilibrio mentale del monarca francese. In seguito, per necessità del re, entrerà a far parte della corte questo Dr. Struensee, uomo molto vicino all’illuminismo, carismatico e molto persuasivo che riuscirà, col tempo, a stravolgere dall’interno la politica della Danimarca. Ma il vero fulcro della storia è la relazione che il dottore e la regina intrattengono in segreto e che, nonostante costerà molto ad entrambi, risulterà essere una testimonianza importantissima della storia.

Questo film è uscito nel 2012 e io, che comunque bazzico un po’ ovunque sul web, l’ho scoperto solo l’anno scorso. Un vero peccato, perché magari avrei potuto guardarlo di mercoledì sera e apprezzarlo molto di più, soprattutto per il sonno tranquillo che avrebbe conciliato grazie alla fotografia, tra le migliori che io abbia mai riscontrato. I colori sgargianti delle serate di corte e le tenui tonalità dei paesaggi sono perfettamente bilanciate con contrasti molto marcati, ma morbidi. Credo che abbiano usato una tecnica simile a quella che Kubrick adoperò per Barry Lyndon, perché durante entrambi i film si avverte quest’atmosfera pittoresca.
La sceneggiatura mi ha colpita più per la trama che per i dialoghi. I riferimenti al contesto storico, politico e sociale sono pertinenti, ma forse predominanti su una storia che, fondamentalmente, dovrebbe riportare in vita un amore impossibile. L’intreccio riesce a mantenere costantemente attento lo spettatore grazie a risvolti per niente dispersivi. Anche il tema della follia, ovviamente in riferimento al personaggio del re Cristiano VII, soddisfa pienamente, anche se non si può far a meno di ripensare al magnifico Amadeus, il cui protagonista ha una fisionomia e atteggiamenti molto simili a questo personaggio.

Di solito non mi soffermo molto su particolari come trucco e parucco, ma dopo il flop di Bright Star ho notato che in questo caso la scenografia e i costumi fossero impeccabili, credibili e sfarzosi nel modo giusto. Per questo mi meraviglio che Maron Rasmussen (non capisco se è maschio o femmina, aiuto) per i miglior costumi e Niels Sejer per la scenografia non siano stati almeno candidati a un Oscar.

La protagonista del film, Alicia Vikander, ha dato un’ottima prova di recitazione. Non solo è riuscita a reggere il gioco di un buffo quanto affascinante Mads Mikkelsen, ma è anche riuscita a concedere autonomia e forza al suo personaggio travagliato e instabile, senza mancare di dignità ed eleganza.
Il re, interpretato da Mikkel Boe Folsgaard, è una scoperta per me. Non avevo mai visto il suo volto sul piccolo o sul grande schermo, eppure mi è sembrato di conoscerlo già. Di lui ho molto apprezzato la capacità di scavalcare quello che non tutti riconoscono essere un ostacolo per un attore, ovvero il cliché del pazzo schizzato che finisce per uccidere tutti. No, il suo personaggio è folle, certo, ma anche ingenuo ed instabile, particolari che Mikkel non ha mancato di riportare durante quest’ottma interpretazione.

Nel complesso questo è un film davvero bello che merita di essere visto da chi ama i film storici, i film romantici e chi ama una buona fotografia, ma soprattutto è un film da vedere per rivalutare il cinema estero, troppo spesso collegato erroneamente al cinema indipendente. Ci sono cineasti che creano film del genere senza ricorrere agli Studios, quindi non è giusto che passino inosservati.

Giorgia Spizzuoco

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: