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Drammatici adolescenti

Spring Breakers è un film che ho dovuto rivedere. In realtà, la prima volta che provai a guardarlo mi venne un’emicrania tanto forte che dovetti spegnere il PC per prepararmi un Tachicaf.
Scritto e diretto da Harmony Korine (il nome, un programma), Spring Breakers è la storia di quattro studentesse universitarie che, per pagarsi la droga e l’alcool in Florida, rapinano un fast food. Non hanno neanche i soldi per pagarsi la cauzione una volta beccate e diventano per questo le amichette di un criminale tamarro che paga loro la cauzione.

L’opinione di persone che stimo mi ha spinta a dare un’altra possibilità al film, ma devo dire che il risultato è stato semplicemente il calo di stima nei confronti di queste persone. Niente di significativo, ma non ho potuto fare a meno di ponderare sul perché persone intelligenti, colte e con uno spiccato senso critico si siano lasciate infinocchiare da questo film.
Le mie perplessità riguardano soprattutto il senso, la morale o quel vattelapesca per cui il film è stato concepito, scritto, girato e, per di più, distribuito. Mi spiego: una storia del genere potrebbe sembrare un’analisi critica del nichilismo dilagante tra le file di giovani studentesse americane, ma il fatto che nel finale si arriva ad un’esaltazione della figura della ragazzina strafatta e criminale demolisce tutte le premesse di chi vuole trovare un filo logico alla vicenda. Ma la cosa non è così semplice, perché ci sono più e più momenti in cui non è ben chiaro perché i personaggi agiscano in un certo modo…sembra quasi che le scelte vengano prese dalle attrici che interpretano quei ruoli, ovvero personaggi del calibro di Selena GomezVanessa Hudgens, Ashley Benson Rachel Korine. 
Si mormora che la scelta del cast sia strategica, ma questo complica ancora di più le cose. Ogni volta che emerge un particolare relativo a questo film che potrebbe condurmi a pensare che ci sia una critica di fondo, salta fuori una boiata epica. Nel linguaggio visivo utilizzato, infatti, è espressa la stessa confusione. Lungi da me ammirare chi si attiene a regole prescritte per la direzione di un film (soprattutto se indipendente), ma credo che un minimo di attinenza a ciò che il film vuole esprime bisogna che ci sia, ma come potrebbero le immagini chiarire qualcosa di, in sé, inconsistente?
Tralasciando la volgarità che trasuda da certe immagini (non perché ci siano persone nude, ma perché non hanno un significato. Un po’ come in The Wolf of Wall Street, facendo una scrematura tra tutte le scene di sesso o simili, si ridurrebbe la durata da tre ore a poco più di un’ora) e la molestia della fotografia, credo che l’errore più grande di questo film riguardi il montaggio. Senza dare informazioni sui personaggi, si pretende di creare una narrazione articolata in flashback e flashforward ed il solo risultato è un caos assurdo. Per non parlare della sceneggiatura che vuole affascinare lo spettatore grazie a dei contrasti che anche un dodicenne avrebbe potuto utilizzare per rendere interessante un argomento trito e ritrito. Puoi creare personaggi vuoti, ma non possono esserlo tutti e non possono esserlo le protagoniste. Intorno a cosa gira il film, dopo? All’unica cretina che, tra un rave e un altro, chiama la nonna per dirle che vorrebbe che anche lei fosse lì? O al gangester che inscena una fellatio quando gli viene infilata una pistola in bocca? Un ruolo va definito e poi assegnato, non indossato come un perizoma invisibile.
Mi viene in mente un vero e proprio fenomeno scoppiato nel 2014: Gomorra – La Serie . Possiamo dire che entrambi i prodotti affrontano la tematica della criminalità, ma per chi ha visto entrambi credo sia lampante quanto Gomorra sia chiarificatrice e drammaticamente riuscito rispetto a questo film, in cui non si hanno mai chiare impressioni su una scena, per quanto questa sia violenta, estrema o volgare. Non capisci mai se prenderla come una cosa brutta e basta o come una cosa brutta con un messaggio di fondo, quindi potenzialmente gradevole.
Di audio non ho mai capito nulla (sto provando a capirci qualcosa, ma credo che sarà per sempre una materia un po’ impenetrabile per me), ma so per certo che Spring Brakers, come molti altri film, devo ammettere, ti costringe a fare il DJ col telecomando, perché la musica ti stona e le voci sono un sussurro.

La performance artistica dei protagonisti, tra i quali figura anche James Franco, è deliberatamente un disastro e la cosa mi ha turbata tanto da portarmi ad una conclusione, che non so neanche se sia il caso di ritrattare (il primo sedicenne sudaticcio e brufoloso che mi viene a bestemmiare addosso per difendere Korine, che sarebbe il primo a prenderlo per culo, è morto – ho finito tutta la scorta di pazienza di una vita, ora mi tocca fare l’antipatica). Penso che il vero intento di Korine fosse quello di proporsi come il nuovo Von Trier, ma che non abbia ben capito che non basta schifare la gente per poter essere provocatorio, bisogna avere una coerenza, portare avanti un discorso che faccia incazzare mamme, critici, politici e pontefice. Un marasma di spunti di riflessioni, di riferimenti alla cultura pop e alla società contemporanea. Una sequenza sconnessa di insulti, di critiche e di ripensamenti. Sì, ripensamenti, perché se fosse stato davvero persuaso dall’idea che delle ragazzine non dovrebbero fare quello che fanno le sue protagoniste, non le avrebbe ritratte come ragazze-animale, istintive, violente, perverse e riluttanti alla comunicazione. Quasi sembra giustificare quella generazione nichilista e senza freni che un secondo prima stava criticando aspramente.

Mi dispiace per quelli che cercano film incomprensibili su cui montare interpretazioni ancora più assurde con cui costruirsi una reputazione di intellettuale, ma non tutti ci cascano. Se con Ken Park Korine mi aveva quasi convinto come sceneggiatore provocatorio e promotore di un’ermeneutica quasi creativa, con Spring Breakers mi sono ricreduta parecchio. L’ho precisato perché spesso critiche così aspre provengono da chi prova già antipatia per un determinato genere o autore, mentre io m’aspettavo tutto, tranne di ritrovarmi con un mucchietto di sabbia finissima, quasi invisibile, tra le dita strette.

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Ieri su Rai Movie hanno dato questo film che avevo iniziato l’anno scorso e che per qualche strano motivo non ho potuto finire di guardare. Per questo ho poggiato il sedere sul letto e l’ho guardato con l’attenzione necessaria per poterlo recensire in un secondo momento.
Giustifico la scelta perché so che per molte persone è più stimolante leggere di film appena usciti  di serie tv (OH MIO DIO STANNO CONQUISTANDO IL MONO), ma a me frega meno di zero e quindi ora voi leggete la recensione di un film di Salvatores del 2010.

Trama e qualcosa che non va

La storia è un palese omaggio ai sei personaggi di Pirandello, perché il protagonista è un autore che, assilato dai suoi personaggi insoddisfatti, cerca di scrivere una storia che li soddisfi tutti. Finisce così per entrare nella storia, vivendo qualcosa che la realtà gli nega.
Il soggetto, messa così, è abbastanza interessante, non trovate?
Effettivamente la prima mezz’ora di film è promettente, perché l’intreccio coinvolge moltissimi personaggi in situazioni drammatiche, ma in maniera abbastanza leggera. Ma l’incipit è l’unica cosa davvero valida nel film, che poi scade di minuti in minuto per due semplici motivi:

  1. Solo i francesi sanno affrontare il romanticismo con ironia (vedi L’amore dura solo tre anni), quindi Salvatores fa una scelta decisamente sbagliata riadattando questa storia, originariamente spettacolo teatrale di Alessandro Genovesi, per il grande schermo. Il risultato è poco credibile e l’unico personaggio che riesce a reggere in questo teatrino è il protagonista, che può permettersi una certa ironia in quanto narratore e, in alcune sequenze, voce narrante.
  2. Non so se in molti hanno notato questa cosa, ma io non sono riuscita a non concludere che in questo film Salvatores volesse utilizzare l’impronta cinematografica di Wes Anderson. Visivamente è impossibile da non notare la presenza di scene riprese con la stessa simmetria, come è impossibile non notare che gli ambienti (comprendendo anche l’arredamento e l’illuminazione) sono almeno ispirati a quelli in cui prendono vita le storie di Wes.
    Ma anche i personaggi risultano una copia malriuscita dei malinconici, sarcastici, isterici e rassegnati personaggi del mondo Andersoniano.  Non ha alcun senso, dice cose sconnesse ed è alquanto imbarazzante anche l’interpretazione dell’attrice…

 

Ma non voglio calcare troppo la mano, perché per qualcuno che non ha riconosciuto tutte queste imperfezioni il film potrebbe sembrare una produzione piacevole e fresca, quasi innovativa. Non nascondo che mi fa piacere che anche in Italia si sperimenti ogni tanto in fatto di sceneggiatura, perché sono davvero pochi i film italiani di successo che possono contare sull’originalità della propria sceneggiatura.
Credo che il film avrebbe avuto un impatto migliore sul pubblico se non avessero cercato di intingerlo di tonalità che solo Wes sa gestire in maniera magistrale e se non fosse pieno di sequenze che lasciano disorientati,come quell’omaggio a Milano durante il concerto al piano di Caterina.

Ma non voglio che le mie dita battano solo parole negative, perché questo film può vantare un ottimo montaggio e una deliziosa colonna sonora (sempre molto simile stilisticamente a quelle di Wes, ma comunque molto gradevole). Inoltre, posso dire di non aver mai visto Fabio De Luigi recitare, perché in tutti i film in cui compare fa lo stronzo, non recita. Invece qui recita e, devo ammetterlo, anche abbastanza bene. Al suo fianco una Valeria Bilello, giovane e bella attrice che ha saputo valorizzare quelle poche scene valide in cui era coinvolta, preservando un minimo di spessore alla storia, che degenera fino ad un finale tristemente melenso e, oserei dire, quasi imbarazzante.

 

CAST: Fabio De Luigi, Valeria Bilello, Diego Abatantuono, Fabrizio Bentivoglio, Margherita Buy, Carla Signoris

Giorgia Spizzuoco

Piccola premessa per tutti gli aspiranti registi: Andreotti porta bene. Potete anche trovare uno che gli somigli e metterlo su un cubo a ballare musica hard, magari anche in secondo piano, ma il vostro film incasserà per la sua presenza.
Per quanto questa cosa possa sembrare un’assurdità, sono i fatti a parlare. Il Divo del beneamato Paolo Sorrentino ha fatto ‘sì che molta gente notasse il talento del regista napoletano proprio come questo film ha consentito a Pif di dimostrare altre doti oltre a quelle d’intrattenimento o di satira.

La storia di cui parla il film è quella di Arturo, un ragazzo la cui vita è stata intrecciata da sempre con la mafia. Attraverso le vicende che affronta Arturo durante la sua vita, Pif ci racconta un po’ di cronaca nera legata alla Palermo degli anni ’70 (il concepimento del protagonista coincide proprio con la strage di Viale Lazio del ’69), ma con gli occhi di un cittadino minuscolo ed ingenuo che proprio non sa come interpretare tutto quello che vede accadere perché i toni pacati del suo curvo idolo gli fanno pensare che la criminalità non abbia nulla a che fare con la sua città.

Sul film

Pif si prende la responsabilità di raccontare episodi che fanno parte delle pagine più nere, perché il sangue è ormai secco, della storia d’Italia e riesce ad intingere tutto il film, con meticolosa delicatezza, in un’atmosfera densa di ingenuità e colori caldi.
Non si può far a meno di calarsi nei panni di Arturo e della sua famiglia, soprattutto in quelli dei genitori preoccupati per la meravigliosa curiosità del figlio che lo spinge ad affrontare un mondo difficile con la legittima spontaneità di un bambino.
Anche gli altri personaggi sono ben costruiti e caratterizzati, soprattutto quelli che si presentano ad Arturo come semplici uomini molto gentili per poi mostrare distintivo e cognome solo quando il bimbo li incontra di nuovo, ma in una pozza di sangue.
La satira sociale non manca, ci sono moltissimi personaggi che, attraverso l’umorismo, riflettono l’ipocrisia, la paura e la codardia che coinvolge la maggior parte delle persone che non hanno il coraggio di reagire ai soprusi della mafia.
Lo stile di Pif si sente nella sceneggiatura, brillante e mai ripetitiva, e nella regia molto curata che ha reso possibile la realizzazione un découpage con filmati originali delle stragi e dei funerali, cosa che colpisce moltissimo perché non distrae l’attenzione dello spettatore e lo aiuta a sentirsi parte delle folle arrabbiate che urlano più forte delle campane a lutto.

Mi ha sorpresa davvero molto come film e mi sorprende ancora di più il fatto che questo sia il suo primo film alla regia, visto che come aiuto-regista ha partecipato anche alla produzione de I 100 passi.
Mi aspetto altro, magari qualcosa di più coerente e meno melenso, ma credo questo film sia un buon trampolino di lancio per un’ipotetica carriera cinematografica, seppur non troppo brillante.

CAST: Alex Bisconti, Pif, Cristiana Capotondi

Su Pif

Non ho mai seguito sul serio Il Testimone è sempre stato un programma che trasmetteva MTV quando di solito sono a letto a spulciare i riassunti di filosofia, ma cerco di alienarmi dal mondo terreno e quindi non seguo niente e Dio solo sa che faccio.
Da poco, però, ho preso ad ascoltare e guardare il programma e devo dire che mi piace (ovviamente non la versione in cui insegue i VIP, perché rivela cose troppo oscene riguardo miei concittadini e quindi evito). Mi piace seguire i suoi reportage/interviste in giro per l’Italia, dove non si risparmia nelle domande scomode e senza paura si lancia in avventure abbastanza scomode.
Rivela quell’Italia bella e un po’ troppo trascurata che ci circonda, piena di cose da fare e da apprezzare, rivela gli italiani e le loro culture (provate a dirmi che un milanese e un fiorentino hanno la stessa cultura e…e…niente), le loro stranezze e le loro vite, normali o meno, estere o no.
Il suo modo di documentare (perché per me le puntate della sua trasmissione sono documentari, poi non so) la vita a cui prende parte di volta in volta fa emergere, non solo una forte spigliatezza, ma anche una delicatezza innata per trattare argomenti delicati che riguardano le persone, addentrandosi così nell’ambito dell’antropologia, ma alla leggera.

Non so, a me piace seguirlo e ve lo consiglio, nel caso non sapeste che guardare di interessante in TV (paradossalmente, poi, è trasmesso da MTV. Sì, dove va in onda Ex on the beach….).

Giorgia Spizzuoco

Perché scrivo di questo film?
Perché molte mie amiche me ne hanno sempre parlato benissimo (più che altro sono tutte molto prese dalla storia) e perché ho deciso di riscoprire il cinema italiano. Un film vecchiotto ed uno nuovo, giusto per capire bene che cazzo è successo al cinema italiano. 
Sky mi ha proposto questa visione e, data la nullafacenza delle vacanze di Pasqua, io ho raccolto la sfida.
I motivi per cui non ho intenzione di recensire il film sono più o meno gli stessi per cui non mi è piaciuto.

  1. Il libro da cui è tratto, di Alessandro D’avenia, affronta un tema davvero difficile, ma il film riesce a ridicolizzarlo fino a renderlo una barzelletta assurda. La ragazza dai capelli rossi e la sua malattia passano in secondo piano rispetto alla crescita emotiva di questo trentenne travestito da liceale, come se lei accettasse passivamente di dedicare la sua vita a questo.
    Non credo che una diciassettenne in punto di morte, dopo aver affrontato per anni la leucemia, sarebbe contenta di dover aiutare un idiota che, semplicemente, è idiota.
  2. Se la Merkel guardasse questo film potrebbe arrivare a conclusioni ben più tragiche del “Qui i giovani sono tutti disoccupati per colpa della crisi” (ma è geniale, no?) che ha espresso con aria preoccupata al sindaco di Pozzuoli qualche giorno fa. Perché? Perché la scuola che viene rappresentata in questo film non è un’istituzione, è una felice alternativa alle passeggiate nelle zone industriali dismesse e adibite a parchi pubblici. Potrei definirla la caricatura venuta malissimo de “L’attimo fuggente”, ma non voglio osare.
  3. I personaggi sono pessimi. Il peggiore è proprio il protagonista, che sta antipatico a pelle per quanto è inopportuno ed indiscreto nei confronti di quella poveretta che non ce la fa a muoversi e deve sorbirselo giorno e notte perché lui è innamorato di lei. Poi ci sono i suoi amici, che dicono di frequentare il terzo liceo, ma io non gli darei la licenza media per una questione di stile e di comportamento (mi sento Enzo Miccio, lo ammetto).

Anche le interpretazioni sono state pessime, Luca Argentero compreso, ma questo è ciò che si ottiene dando fiducia a registi come Giacomo Campiotti, che non hanno idea di cosa sia la delicatezza e non sanno scegliere un cast decente e dirigerlo come Dio comanda, trasformando in quasi offensiva una storia che andava ad evidenziare l’ineluttabile a cui si può andare incontro sempre, no matter what, no matter when. In più, so che sta dirigendo anche una serie tv, Braccialetti Rossi, sempre drammatica e riguardo il rapporto tra i giovani e le malattie.
Non voglio poi pensare ai soldi che sono stati scuciti per quella produzione, perché ormai mi capitano davanti agli occhi ogni giorno prodotti davvero notevoli autofinanziati.

Tornando al discorso più generico sul cinema italiano, non ho altro da dire che: si stava meglio quando si stava peggio (sullo schermo).

CAST: Filippo Scicchitano, Aurora Ruffino, Gaia Weiss, Luca Argentero

Giorgia Spizzuoco

 

Partiamo con la parte migliore del film: Emma Watson versione Aristogatto.

Sono certa che tra i miei lettori c’è qualche utente Tumblr o qualche persona che tra i suoi amici di Facebook ha almeno una quindicenne o un diciassettenne disadattato. Bene, so che voi avete le palle piene di questo film quanto me.
Oddio, magari non proprio del film, ma del fenomeno di portata mondiale che è diventato ancor prima di uscire nelle sale, perché, tra i vari motivi, conta un nome nel cast che ha la sua dimora in tutti gli adolescenti classe ’90: Emma Watson.

Credo che la fama del film lo preceda, quindi mi risparmio la trama per andare al succo dell’articolo, ovvero:

MA CHE DIAMINE DI CONFUSIONE, ODDIO MIO!

Con tutte le tematiche trattate in questo film Stephen Chbosky (ma che cognome è, poi?!) avrebbe potuto farsi una filmografia intera. Invece no, tutto concentrato in una spremuta di drammi e casini. Ma vediamo, pezzo per pezzo, ciò che ha rovinato il film.

  • Partiamo da questioni tecniche. L’ ambientazione temporale è sviluppata in maniera pessima. Sembra che la storia abbia luogo in un tempo e in un luogo isolati dalla civiltà., perché il 1991 era pieno di eccentrici idioti (come ci testimonia la saga di Scream) e, escludendo il tipo con la coda di cavallo, ho avuto l’impressione che i personaggi fossero molto simili ai miei compagni di classe (vi ricordo che siamo nel 2014).
  • I personaggi si prendono in giro a vicenda per l’abuso di Asleep dei The Smiths mentre le altre canzoni che vanno a comporre la colonna sonora sono bei pezzi poco valorizzati. Dico solo che è sempre giusto ricordare il sacrosanto aiuto che può dare una colonna sonora con i controcapperi.
  • Il tentativo di fare antropologia buttando alla rinfusa ogni tipo di teenager immaginabile ha solo peggiorato la situazione, perché ha costretto il regista a deviare la storia dal suo nucleo centrale per affrontare le vicende di questo gruppo sgraziato come i coccodrilli di Fantasia 2000. Se, almeno, avesse ficcato qualche svolta significativa nei legami con il gruppo avrei potuto vedere la scelta come giustificata, ma è solo un tentativo, abbastanza fallimentare, di attirare l’attenzione di ogni tipo di disadattato.

Ma questi tre punti erano solo una premessa, qualcosa che è servito al fantomatico Chbosky ( e vi consiglio di andare subito a guardare la sua immagine di Wikipedia, perché merita) per distrarre tantissimo lo spettatore dalla vera trama, che, stando al libro, si basa sui traumi di un ragazzino che ne ha passate tante e che non vuole rovinare i suoi rapporti, quindi tiene tutto dentro e nega a se stesso e agli altri ciò che accade. Per esperienza personale posso dire che è una cosa che succede spesso con i traumi, perché è semplicissimo annullare la realtà quando siamo gli unici testimoni di ciò che accade, ma porteremo comunque rancore per sempre nei nostri confronti (truestory).
Questa è una cosa che io intravisto nella storia, ma penso che nemmeno l’autore del romanzo da cui è tratto ci abbia pensato: il senso della storia è quello di evidenziare l’importanza che ha un amico, perché è quella persona che non ti negherà mai l’evidenza (scena della scazzottata nella mensa e del Let’s go be psychos together) e che ti concederà quelle attenzioni che hai sempre desiderato e mai chiesto. Insomma, credo si basi su questo e sulle ripercussioni dei traumi, non su tutta quella trovata demenziale dell’urlo nel tunnel.

Ho guardato questo film almeno dopo un anno dall’averne sentito parlare proprio perché non volevo risultare influenzata dalla folla che l’ha osannato fino all’esasperazione. Da un po’ non leggo più quotes e vedo molto raramente foto dell’attore protagonista, quindi posso assicurarvi che tutto quello che ho scritto sul film è farina di un sacco ben sbattuto al vento, privo di qualsiasi impurità!
Ricordo perfettamente quello che mi disse un ragazzo una sera, parlandone fuori ad una tabaccheria. Parafraso:

A me dispiace, perché credo che il film abbiamo una bella storia, belle tematiche e quindi un buon potenziale, ma di sicuro diventerà l’inno di ragazzine e persone a caccia di frase per status. Sono sicuro che lo odierò per questo.

Poi ho visto moltissimi ragazzi, anche sopra la ventina, far riferimento al film come se fosse qualcosa che li comprendesse in maniera completa.
Ad essere sincera, l’unica cosa che mi ha fatto continuare il film è stata l’interpretazione di Ezra Miller, che ha avuto un ruolo molto forte e lo ha saputo caratterizzare in maniera davvero notevole, va ammesso. Lui, il suo Patrick, Emma e la sua Sam sono i veri protagonisti del film, anche quando si rivela la verità sul passato del protagonista, Charlie, e ci si aspetta che lui si stacchi dal muro ( The perks of being a wallflower) per ottenere pian piano spessore, perché lui resta sempre un personaggio-caricatura troppo impacciato per poter avere la giusta considerazione (merito anche di chi ha scelto un attore carino e in forma come Logan Lerman per il ruolo di un ragazzo un po’ sfigato).
Per i miei gusti, infine, è anche un po’ troppo melenso. Anche per la questione del professore che, con uno sguardo, capisce tutto del ragazzo e sembra saperne più di noi dopo i titoli di coda. Ma…davvero esistono professori del genere? E poi, se capisce tanto questo ragazzino, perché non gli dà una mano? Queste sono le domande che uno sceneggiatore prima ed un regista dopo dovrebbero porsi.

Magari, se avessero calcato più la mano fin dall’inizio sull’eccentricità e la stranezza dei due fratellastri, sulle tematiche che li coinvolgono in maniera drammatica, sarebbero riusciti a coinvolgere anche il protagonista in quello squilibrio che, per loro, non è altro che una distrazione, un modo per allontanare i pensieri e le pene. Pascal gli farebbe la ramanzina, ma quale adolescente proverebbe mai a biasimarli?

Mi auguro che questa critica non vi faccia indignare al punto di smettere di seguirmi. Resta comunque l’invito a commentare qui o su Fb per farmi notare qualche sbaglio o per polemizzare, perché è giustissimo avere una propria posizione e poterla argomentare.

 

CAST: Logan Lerman, Emma Watson, Ezra Miller,Kate Walsh, Dylan McDermott

Giorgia Spizzuoco

Oggi parliamo dell’ultimo film del beneamato Gabriele Salvatores, uno dei tanti vanti della cinematografia italiana che consegna ad ogni suo film un pezzo di sé, ma lascia anche che i suoi film lascino un’impronta sulla sua pelle come tatuaggi.
Avendo guardato solo ieri il film è palese che mi sia servita di Sky per poterlo fare e ammetto di essermi sorbita, come ogni volta che mi è possibile, le interviste un po’ lecchine di Gianni Canova. La cosa non mi è dispiaciuta, perché sono riuscita a trarne un pensiero bellissimo del regista riguardo la citazione del film “Un uomo non può possedere più di quanto il suo cuore possa amare“. Per Salvatores, infatti, è impensabile girare un film che non si ama. Perché mai si dovrebbe girare un film che non si ama profondamente?

La storia è tratta dall’omonimo romanzo di Nicolai Linin. Prima di parlare del film in sé vorrei soffermarmi su una questione che ha sollevato, fortunatamente, una persona via mail. Ma che bisogna fare quando si è obbligati a scrivere la recensione di un film tratto da un libro?
La prima cosa da tenere a mente è che il cinema ha un linguaggio totalmente differente da quello della letteratura. Ci sono situazioni che solo un film può riprendere in un certo modo (pensiamo, ad esempio, ai silenzi del cinema. Sequenze di immagini che lasciano trascorrere il tempo del racconto mentre quello della storia è congelato), ma ci sono anche introspezioni che non potranno mai essere approfondite in un film come lo sono in un libro.
Ricordiamo poi che il film è diretto da un regista e scritto da uno sceneggiatore (ma questo ruolo conta poco di meno poiché può essere il regista stesso a scrivere la sceneggiatura del suo film o può occuparsene l’autore del romanzo), quindi è inevitabile che la sua attenzione si focalizzi su certi aspetti della storia piuttosto che su altri. Spesso si commette lo sbaglio di individuare nel regista un addetto alla trasposizione fedelissima dei contenuti di un libro. È un po’ riduttivo, non trovate?
L’autenticità del film, rispetto alla pellicola, sta dunque nell’interpretazione che il regista dà della storia in base ai mezzi a sua disposizione.

Devo ammettere che il film è stato una delusione. La critica e gli amici (la critica più aspra, tra l’altro) me l’avevano consigliato. Un argomento sostanzioso affrontato in maniera giusta, ma fino ad un certo punto.

La trama

Due ragazzini crescono insieme in un sistema patriarca, molto simile alle nostre organizzazioni mafiose, che sono organizzate in tutto e per tutto. Hanno quasi un loro esercito, ma hanno anche severissime regole da rispettare. Un vero e proprio codice di onore. Ciò che separerà i due amici sarà un gesto di affetto, ma al loro ricongiungimento qualcosa sarà cambiato e le conseguenze saranno aspre come le sentenze del capo di questa società.

Quello che delude di questo film è il finale, che non svelerò qui, perché non riesce a soddisfare quel bisogno dello spettatore di avere un’ultima pugnalata alle costole prima dei titoli di coda. Diciamo quindi che l’asprezza che tutti si aspettavano per la conclusione il regista ha voluto spargerla nel racconto, eliminando così la possibilità di far arrivare all’apice l’emotività degli spettatori.

La tecnica

Il testo da cui è tratto il film è colmo di frasi importanti, che sono state ripetute dalla voce degli attori in maniera impeccabile grazie ad una sceneggiatura molto curata e priva di dialoghi monchi o inutili.
La fotografia è davvero molto bella. Il gioco di profondità di campo utilizzato per inserire personaggi dinamici in ambienti statici ha una sua valenza, soprattutto per le scene di azione. Una cosa che spero di non aver inventato spontaneamente e che mi ha colpita molto è il cambio di tonalità tra le scene in cui è presente il personaggio femminile più rilevante, Xenja, e quelle in cui lei è assente e tutto torna alla freddezza ordinaria.
Le musiche, poi, sono un riferimento importante al periodo storico e non esagerano mai, regalando così un accompagnamento delicato e non invadente.

Riferimenti su cui bisogna soffermarsi

Il gruppo di ragazzetti che, nelle prime scene, fa razzie e monellate da baby-criminali si presenta da subito come una diarchia. I due valorosi sono seguiti dai due tonti, ma è il loro atteggiamento a non lasciar spazio alla fantasia: si tratta di piccoli drughi.
In una bellissima sequenza di azione che viene mostrata successivamente, poi, c’è proprio una rivisitazione della famosa scena del teatro in cui Alex e i suoi amichetti affrontano Billy Boy regalando ultra-violenza e dialoghi da paranoia. Resto sempre molto vaga per non fare alcuno spoiler, ma ci tengo a segnalare cose del genere ogni volta che mi si presentano.

Esordi in trascurabili

Per apprezzare davvero questo film al livello tecnico bisogna sapere che molti degli attori presenti non sono professionisti, ma veri e propri debuttanti. Salvatores avrà apprezzato la loro spontaneità o i loro tratti somatici indiscutibilmente espressivi, fatto sta che ha fatto una scelta giustissima.
Anche l’interpretazione femminile di Eleanor Tomlimson, attrice che ha già preso parte a più produzioni diffuse in America, è stata segno di un autentico talento sottovalutato dall’industria del cinema fino ad oggi!

CAST: John Malkovich, Eleanor Tomlinson, Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius, Peter Stormare.

Giorgia Spizzuoco

Immagine

Torno dopo un periodino di assenza che so molti non mi perdoneranno mai (?) per parlarvi, come promesso post e post fa, dell’ultimo film di François Ozon.

Isabelle è una diciassette che, senza troppi giri di parole, è fissata col sesso ancor prima di averlo provato. Poi lo prova e lo trova insoddisfacente, così cerca di renderlo più interessante strumentalizzandolo, ma tutto viene scoperto e a lei non resta che fare i conti con tutto ciò che la sua perversione ha causato.

Vi dirò…non mi è piaciuto tanto quanto avrei sperato.
La regia è quasi messa da parte e non evidenzia i punti forti del film perché, credo, che l’obiettivo fosse quello di mettere in primo piano la protagonista e il suo ermetismo. In parte Ozon ci è riuscito, ma poteva di sicuro fare di meglio per rendere il tutto più accattivante.
Il fatto che la protagonista abbia proprio diciassette anni non è casuale, visto che il film segue la sua maturazione sessuale come se, compiuti i diciotto, una ragazza diventasse donna su carta e nella carne. Tutta la narrazione dovrebbe essere suddivisa in quattro parti, una per ogni stagione, ma non è che sia molto evidente come taglio e non influisce per nulla sull’insieme del film.
La scena iniziale ed altre distribuite in tutto il film chiamano in causa il tema già ampiamente esplorato ne Nella casa, ovvero spiare. Questa volta, però, è il fratello della protagonista a sbirciare o usare il binocolo per soddisfare la sua curiosità adolescenziale verso l’altro sesso. Se poi hai una sorella del genere, va detto, chi ti biasima?!
Le scene di nudo e i primi piani sono stati indispensabili per rendere allo spettatore l’incomunicabilità, la freddezza e l’apatia che la protagonista esprimerebbe dal vivo. Provo a spiegarmi meglio: credo che il regista abbia concentrato la narrazione in pochi momenti del film per lasciare spazio a scene il cui nesso con la storia è dubbio e non verrà chiarito né dalla protagonista, né dagli eventi, né da altri elementi cinematografici.
Ho apprezzato la colonna sonora per i pezzi di Françoise Hardy e la sincerità con cui sono stati ritratti questi parigini e la città stessa, spoglia e priva di romanticismo.

CAST: Marine Vacth, Charlotte Rampling, Frédéric Pierrot, Géraldine Pailhas, Nathalie Richard, Fantin Ravat: Victor, ohan Leysen, Laurent Delbecque

Se mi avesse presa di più avrei scritto qualcosa in più, ma non credo ci fosse molto altro da dire.

Giorgia Spizzuoco

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