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biografico

Tra i film in corsa per gli Academy Awards spicca, con ben otto candidature, The imitation game il biopic di un personaggio che è stato fondamentale per l’Europa e che ha subito una sorta di damnatio memoriae.

La storia, infatti, è quella di Alan Turing, matematico inglese che durante la seconda guerra mondiale lavorò con un team di esperti a Bletchley Park e riuscì a costruire una macchina che criptasse i messaggi indecifrabili inviati da Enigma, la macchina inventata dai tedeschi per nascondere le proprie mosse militari. Ma è anche la storia di una brutalità, ovvero della condanna che gli fu imposta in seguito alla scoperta della sua sessualità. Gli si chiese di scegliere tra la detenzione e la castrazione chimica e lui scelse la seconda per avere la possibilità di continuare a lavorare alla sua macchina, al suo Christopher. Ma le iniezioni di estrogeno non annullarono soltanto la sua libido, modificarono anche il suo corpo e lesionarono la sua psiche, già molto fragile. Questo, probabilmente, lo condusse al suicidio, effettuato tramite l’ingestione di una mela “corretta” con del cianuro.

Un biopic così, però, io non l’avevo mai visto.
La regia dello sconosciutissimo Morten Tyldum  mi ha sorpresa e forse anche un po’ sconvolta. Mi aspettavo qualcosa di preconfezionato, la solita biografia piena di drammaticità e richiami che fanno impazzire gli hipster, invece ho trovato sullo schermo una serie di immagini vere, delicate e prive di qualsivoglia stereotipo. Il fulcro del racconto sono le emozioni del protagonista, genio con evidenti disturbi compulsivi, e le vicende dei personaggi che ruotano attorno a lui, mossi dagli ingranaggi di un fatto storico di tragica importanza: la guerra.
Una cosa davvero interessante è il fatto che la moltitudine di argomenti che trapelano nel corso della storia siano stati a lungo tema di dibattiti, manifestazioni e fonte di indignazione, ma per il più evidente, ovvero la brutalità con cui venne affrontata l’omosessualità di questo eroe di guerra, sono dovuti trascorrere più di cinquant’anni per poter ricevere da Elisabetta la grazia postuma. Probabilmente ora molte più persone saprebbero chi ringraziare dopo aver visto un libro ucronistico come Fatherland se sapessero chi ha decifrato i codici tedeschi e ha deciso quando e dove fosse meglio intervenire. In due anni sarebbero potute morire tantissime altre persone, sì, ma avrebbe anche potuto vincere la Germania.
Ma le storie interessanti legate a questa vicenda non riguardano solo il protagonista. Il suo team, infatti, si componeva di un cervellone campione di scacchi di nome Hugh Alexander ( Matthew Goode), di una spia sovietica tanto ingenua da essere pedina dei servizi segreti britannici, di un giovane la cui famiglia era quasi tutta al fronte mentre lui scarabocchiava numeri e di una giovane donna, Joan Clarke (Keira Knightley), che dovette quasi contrarre un falso matrimonio per poter continuare a condurre un lavoro all’altezza del suo intelletto.

La sceneggiatura del film non è un capolavoro per quanto riguarda i dialoghi, però merita di essere definita tale se si pensa alla complessità della struttura e al fatto che non ci sia un momento in cui la chiarezza venga meno o in cui si sia tentati di controllare le notifiche sul cellulare (ormai uno sceneggiatore deve fare i conti con un pubblico distratto, non lo si può negare). Per questo bisogna congratularsi con Graham Moore, che ha riadattato per il grande schermo la biografia Alan Turing: the Enigma, opera di Andrew Hodges. Le scelte registiche di Tyldum tradiscono una particolare attenzione alla tensione della scena, che ha reso efficaci riprese mosse e montaggi veloci nonostante il film fosse una biografia piuttosto drammatica. L’ha velocizzata senza renderla trash e…mi piace! La colonna sonora di Alexandre Desplat è, al solito, un’accompagnamento decisivo, ma poco invadente, che si impone con timidezza nei momenti clou per poi ridursi a un fischiettio armonioso quando l’attenzione dello spettatore deve essere focalizzata su altro. Ma su cos’altro?
Su quello che è stato, a mio parere, il pezzo forte del film: Benedict Cumberbatch. Senza nulla togliere alle ottimi interpretazioni degli altri attori, soprattutto alla Knightley che questa volta si è impegnata più del solito a smascellare nei primi piani, bisogna riconoscere che un film del genere non avrebbe retto senza un attore capace. Un attore capace di interpretare un personaggio per certi versi molto simile a quello che l’ha reso famoso, Sherlock, ma completamente divergente proprio per il lavoro effettuato da Cumberbatch sul ruolo.
Niente, mi sembrava giusto precisarlo, perché spesso si definisce “bello” un film nonostante il lavoro superficiale del cast ed io questo non lo trovo assolutamente giusto.

Tirando le somme: per una volta concordo con le candidature degli Oscar. Già so che mi deluderanno durante l’assegnazione dei premi, ma la rassegnazione mi aiuterà nel placare la mia sete di sangue.
Se ancora non avete questo film, guardatelo. Vi farà davvero bene.

 

– Giorgia Spizzuoco

 

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L’ultima edizione di Cannes mi ha sconvolta. Ho voglia di guardare tutti i film in concorso e poiché questa cosa non è mai successa ho deciso di dare una ripassatina a qualche titolo che ho volutamente trascurato. Ma avrei preferito non farlo.

Ed eccomi qui a parlare di No, un film diretto da Pablo Larraìn che si basa su un’opera teatrale, El Plebiscito.
Ad essere sincera mi annoio un po’ di procedere con un’analisi tecnica più o meno meticolosa, perché il film mi ha proprio fatta innervosire. Ho dovuto stopparlo più volte, altrimenti non avrei mai completato la visione. Sono seria.
La storia che viene raccontata non è semplice, è ricca di contraddizioni e di densa di elementi drammatici che però andavano necessariamente mescolati ad una buona dose di ottimismo e queste cose così, un po’ sudamericane (vi giuro, non trovavo un modo migliore per definirle).
A me dispiace anche dirlo così, senza troppi giri di parole, ma….che risultato deludente!
La ratio utilizzata, mista alla fotografia e alle riprese un po’ stile documentario sono un mix che non funziona per un lungometraggio. L’attenzione scema man mano che il film va avanti senza prendere mai uno slancio, senza coinvolgere con entusiasmo. C’è da dire, però, che gli spot che sono stati ricreati o recuperati per la produzione sono una chicca, ma non si possono ripetere all’infinito per la questione di cui vi ho già parlato.
Se poi devo essere proprio sincera dico qui, nero su bianco, che non ho apprezzato neanche l’interpretazione di Bernal, attore che ho adorato il La mala educacion L’arte dei sogni.  Anche in questo caso tutto mi è sembrato molto piatto e apatico, quindi poco coinvolgente e fallimentare per un film.

Sto sempre a dire quanto per me sia sbagliato concepire il cinema come un intrattenimento, ma ora sono costretta a prendere la controparte e chiarire che il cinema è anche intrattenimento. Detto questo non penso di dover aggiungere altro, perché sui film noiosi si può dire ben poco.
Ah, quasi dimenticavo le circostanze. È ovvio che questa è la mia opinione e che, magari, per un’altra persona questo film è interessantissimo, ma resto comunque dell’idea che un regista debba puntare ad interessare chiunque, non solo una nicchia. In questo modo crea le nicchie, ovvero quelle persone che sono rimaste tanto impressionate da trasformare quel film in cult.

Giorgia Spizzuoco

Ci sono due motivi per cui oggi vi propongo questo film:

  1. La regista e sceneggiatrice, Jane Campion, sarà il prossimo presidente della giuria del festival di Cannes.
  2. Il protagonista maschile, Ben Whishaw, sarà presente nell’attesissimo (o almeno per quanto mi riguarda) The Zero Theorem.

Mi interessava anche perché sto affrontando il romanticismo in letteratura inglese e Keats è uno degli autori che mi annoio di più di studiare, anche se lo apprezzo.
Sì, sì, la smetto con le giustificazioni. Andiamo avanti.

Il film parla degli ultimi anni di vita del poeta inglese e del legame amoroso che in quel periodo lo legava a Fanny Brawn, Abbie Cornish.
Niente di complicato, insomma. Due giovani si conoscono ed iniziano a provare interesse l’uno per l’altra stuzzicandosi. Lei no perde occasione di ricordargli quanto il suo non sia un vero e proprio mestiere poiché non ne trae un vero profitto e lui le risponde con aria sognante, rammaricato per la sua insensibilità che le impedisce di godere di sentimenti veri.

Il primo dubbio che mi ha assalita riguarda i costumi. La protagonista si suppone sia un’abile ricamatrice, molto gelosa degli abiti che lei stessa disegna e realizza…ma questi fanno davvero schifo. Non sono di sicuro il minion di Coco, ma so riconoscere un abito brutto e ridicolo quando lo vedo.
Successivamente mi sono resa conto che dopo la terza volta che Keats va via il film inizia ad essere abbastanza noioso. Lui va via, lei sta male, lui torna e lei sta bene. Questi due se avessero avuto Facebook o Tumblr sarebbero stati due vipponi tra le file dei romantici un po’ scemi!

Tecnicamente non ho nessuno sbaglio da segnalarvi, anche perché dopo tre quarti d’ora ho iniziato ad avere l’occhio un po’ stanco. Tutto sommato, però, è piacevole la fotografia e i contrasti che si ricreano in una realtà di campagna grazie ai colori sgargianti degli orribili vestiti di lei vicini alle dense tonalità delle giacche di lui. Belli i prati, bello tutto e, se non fosse per la trama un po’ troppo allungata, bella anche la sceneggiatura che fa della poesia di Keats un punto di forza.
Della Campion ho visto soltanto Top of the lake, che ha diretto solo in parte. Non mi sento di dare giudizi affrettati sul suo cinema, ma posso dire che per me era Coppola, nonostante il flop di Bling Ring, a dover dirigere la giuria in rosa di Cannes quest’anno.

Giorgia Spizzuoco

 

Nymphomaniac è quel film di cui avete sentito tutti parlare moltissimo da settembre o anche prima. Il titolo non vi inganna ed è un film del regista danese più bestemmiato di sempre, Lars Von Trier.
Sapete quindi a cosa andate incontro leggendo questo articolo, che sto scrivendo con il preciso intento di debellare i pregiudizi che potreste avere nei suoi confronti, perché è un film che va visto.

Iniziamo a parlare della trama, che è super semplice.
Joe è una donna di cinquant’anni che viene ritrovata per terra da un uomo di passaggio. Lui, Seligman, vuole chiamare soccorsi ed autorità, ma lei gli chiede solo una tazza di tè e un letto per riposare.
Al risveglio, la donna inizia a conversare con l’uomo e decide di raccontargli tutta la sua vita attraverso ampie analessi esterne, i soliti capitoli alla Von Trier.
Questa prima parte di film è suddivisa in cinque capitoli. Senza fare spoiler li riporto qui:

  1. The Compleat Angler (credo che in italiano sia qualcosa come “Il perfetto pescatore”)

    Nel primo capito Joe ricorda i suoi primi approcci con la sessualità, la sua prima volta e, attraverso alcuni episodi,  l’inizio di quell’ossessione che l’ha consumata per tutta una vita.
  2. Jerôme

    Nonostante la giovane Joe che ci è stata presentata sembri più che riluttante all’idea di concepire, anche solo alla lontana, l’amore come qualcosa di paragonabile al sesso, in questo capitolo rivela che qualcuno è riuscito ad accendere in lei un desiderio non solo sessuale. Jerôme è il ragazzo al quale ha concesso la sua verginità, ma è anche il nipote del suo primo datore di lavoro.
    Love is just lust with jealousy added.
  3. Mrs. H

     Jerôme scompare e Joe ricomincia a condurre una vita da ninfomane in piena regola. Ha talmente tanti amanti che non sa più come gestirli, così decide di utilizzare un dado per decidere se ricontattare o no certi uomini, ma inizia anche ad utilizzare frasi fatte per non ferire nessuno ed uscirne sempre salva. Però qualcosa va storto…
    After all, you can’t make an omlet without breaking a few eggs 

  4. Delirium
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    Il rapporto che ha con il padre è migliore di quello con la madre. Ma il padre finisce in manicomio e ci muore, dando così l’ultima scossa alla vita di Joe, che reagisce al lutto eccitandosi. Niente più emozioni, il vuoto.
  5. The Little Organ School
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    Con un riferimento a Bach, Saligman introduce a Joe il concetto di polifonia. La donna cerca allora di raccontare quanto avvenne successivamente attraverso tre amanti, e quindi situazioni, completamente diverse, ma in armonia. Torna Jerôme,, ma non basterà conquistarlo per risalire dal baratro dell’insensibilità.

Ci sono poche persone che sanno fare la scelta giusta in lunghezza di campo e Lars Von Trier è una di queste bellissime persone.
Dilatazioni temporali portate all’esasperazione e contrasti tanto assurdi da lasciare senza fiato il più polemico dei critici. Guardare un film di Lars Von Trier significa anche accettare una dose di morfina, perché lui saprà sempre come rendere attraente qualcosa di rivoltante ed osceno. Sempre.
Ormai non c’è più dubbio, la provocazione che il regista lancia al pubblico da sempre non consiste soltanto nella scabrosità celata nei suoi soggetti, ma nel modo in cui lui le propone allo spettatore. 
Un esempio: l’aborto è una tematica al centro di moltissimi dibattiti, ma Von Trier non si preoccupa di affrontarla drammaticamente. Lui inquadra, con un primissimo e chiarissimo piano, ciò che la sua protagonista cela tra le gambe e riprende l’aborto. 

Se stolto è chi non cambia mai idea e, quindi, non torna mai sui suoi passi, l’autore di questo film è di sicuro tutt’altro. 
Mi riferisco alla sua bravata del Dogma 95. Se non avesse mandato al diavolo quella sua idee di anticonformismo radicale in fatto di tecnica, oggi non avrei potuto assistere ad un film con una fotografia così d’impatto applicata ad immagine statiche quanto sostanziose (perché la profondità è quasi assente, ma la qualità dell’immagine rende quasi palpabili le figure).
Anche il sonoro, come anche in Antichrist, è spettacolare. La durezza dei suoni mista alla leggerezza dei personaggi, coinvolti a loro volta di situazioni assurde, insiste sul carattere provocatorio generale del film. 
Non c’è altro da dire: tecnicamente il film è perfetto.

 

Bene, ora possiamo parlare del secondo punto di forza del film: il cast.
I nomi li elencherò alla fine dell’articolo, ma ci sono un paio di nomi su cui volevo soffermarmi seriamente. Partiamo da Charlotte Gainsbourg, che è un’attrice eccezionale e che merita davvero riconoscimenti con la pala. In questo ruolo era nascosta un’occasione e lei ha saputo coglierla al volo, dedicandosi ad un’interpretazione per nulla semplice da rendere senza cadere nel cliché. Ci è riuscita (io direi “ancora una volta).
Poi vi parlo di Stacy Martin, che interpreta la Joe giovane delle analessi. Attrice più che emergente, ma dall’energia infinita e dal fascino bastardo irresistibile, Martin ha vinto il pudore e le regole della recitazione usuale per prendere parte all’ennesima produzione visionaria e spinta di Lars senza essere eclissata minimamente dal resto del cast che, come vedremo in seguito, conta nomi assurdi.
Uma Thurman è qui Mrs.H, una donna che compare in una sola scena e se la fa bastare per lasciare un’impronta nella storia della protagonista. Scenata magistrale. Meno male che ci sono attori che non deludono mai….

Il resto del cast ha una dote positiva, volendolo considerare un vero e proprio insieme: è un concentrato di personaggi eccentrici e particolari che non si eclissano a vicenda, ma, al contrario, si prestano l’uno all’altro come espediente per dimostrare la propria personalità spiccata, evidenziando così anche la sceneggiatura.
A proprio sito della sceneggiatura…la struttura è meno confusionaria del solito e lascia più spazio alla narrazione concreta, rendendo prevalente quindi la voce narrante all’immagine esplicativa. In questo modo si sono valorizzati i dialoghi ed i monologhi, brillanti e poco pretenziosi.
Il risultato è una pellicola più accessibile alla comprensione, ma anche più articolata delle altre.

CAST: Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgard, Stacy Martin, Shia LaBeouf, Christian Slater, Uma Thurman.

Si ringrazia la famiglia Agnelli/Elkann per aver consentito la distribuzione in Italia del film. Siete dei zozzoni, ma di sicuro questa è il miglior finanziamento della vostra storia.

Prossimamente scriverò anche del secondo volume, inserendo anche una considerazione sul prodotto finito, con tanto di approfondimento riguardo la promozione del film che ha suscitato moltissimo interessa grazie alle locandine e alle interviste degli interpreti. Grazie per l’attenzione, spero di avervi convinti a dare un’altra chance a quel tipo strano che hanno cacciato anche da Cannes per la sua insensibilità .

Giorgia Spizzuoco

No, mi rifiuto di tradurre il titolo del film in italiano…è stata la scelta peggiore che potessero fare. A proposito di Davis…ma per favore!

Iniziamo col rendere al micio ciò che è del micio. Best performance ever.

Convengo con il mio amico Bob: non è semplice scrivere di un film dei Coen.
Per lui credo siano i migliori registi di sempre, mentre per me sono semplicemente molto, forse troppo, particolari.
Ogni loro film è un mix perfetto di artifici tecnici e tecniche narrative miracolose. Il grande Lebowsky inizia come se fosse una favola Disney, ma poi si rivela essere tutt’altro (no spoiler, è un must). Diciamo, quindi, che mette in soggezione dover analizzare due fratellini che ci sanno fare e che si divertono a manipolare le storie a loro piacimento, inserendole in un contesto video sviluppato come Dio comanda. Con questo non voglio dire che devo per forza trovare il pelo nell’uovo, eh, solo che sembra quasi di doversi misurare con certi personaggi, quando si scrive di un loro lavoro.

La storia è ispirata alla vita di un cantante folk, Dave Van Ronk.
Nonostante Davis sia un ottimo musicista la sua carriera non decolla e si ritrova a suonare sempre nello stesso locale e a dormire sui divani di quei pochi amici che ancora accettano questo suo scroccare. Dopo la morte del suo compagno decide di recarsi a Chicago per un’audizione, sperando di ottenere un contratto per un album da solista, accettando un passaggio da due personaggi molto eccentrici.

Uno scroccone non per scelta.

Devo ammetterlo…la storia non mi ha entusiasmata tanto. Il fatto che i registi e produttori fossero i fratelli Coen, invece, mi ha intrigato parecchio.
Soffermandoci sulla tecnica utilizzata per la produzione del film non posso far altro che chiedere a tutti: ma hanno scelto gli attori in base a quanto la loro testa risultasse sproporzionata rispetto al corpo o e tutta una fatidica coincidenza?
Per il resto, ho apprezzato davvero moltissimo la fotografia di Bruno Delbonnel, che conoscevo già per Across the universe, ma che qui attua scelte completamente diverse. Credo che si volesse accentuare la sensazione di smarrimento del personaggio, quindi vediamo tutte le sagome muoversi su sfondi quasi inesistenti o inconsistenti. Una profondità di campo molto stretta è stata quindi applicata a quasi tutte le riprese, consentendo così di risaltare personaggi piuttosto smorti in un contesto cromatico scarno e freddo.
La sceneggiatura è giusta e ha consentito di realizzare un film abbastanza coinvolgente seppur lento e, grazie al maniacale perfezionismo dei bros, il film è pieno di quei particolari o, se vogliamo, indizi che danno spessore ai personaggi e di conseguenza alla trama. Ah, va detto che ci sono poche battute del film non utilizzate per insultare Davis e questo mi ha divertita parecchio!

Oscar Isaac che sfoggia la sua figaggine.

Ma ora veniamo alla parte cruciale, al paradosso di questo film: la colonna sonora.
Se non sbaglio ho pubblicato il mese scorso il link per scaricare tutte le tracce e ne ero molto entusiasta, ma devo ammettere che mi ha deluso moltissimo l’abuso che c’è stato della componente musicale all’interno del film.
So benissimo che nella biografia, o simile, di un musicista è d’obbligo abbondare con riferimenti alla sua discografia, ma credo comunque che Fare Thee Well sia stata un incubo per più di una settimana dopo aver visto il film. Assurdo, sempre le stesse tre canzoni, a ripetizione!
Per quanto odi Justin Timberlake ammetto di aver apprezzato più di tutte le due canzoni da lui cantate (Please mr. President e Five houndred miles), perché, almeno, sono state piazzate in due momenti diversi del film!
Ecco, questo non è un pelo nell’uovo, perché mi ha intossicato seriamente il film…mi ha annoiata, sul serio.

Ovviamente è probabile che questo disagio lo abbia avvertito io da sola, ma su questo blog ci scrivo io e non i temibili Altriquindi…
Ah, comunque c’è Bob Dylan intrufolato alla Where’s Waldo?

È però arrivato il momento di parlare del micio rosso.
Voglio anche io un micio così, che resta aggrappato a me quando prendo la metro e che si fa inseguire per tutta la città…secondo me non hanno dovuto neanche addestrarlo, era un monello già di per sé.
Mi spiace per Leo, ma credo che quest’anno sarà il micio a vincere come miglior attore protagonista….

CAST: Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, John Goodman, Garret Hedlund, Ethan Phillips, Robin Bartlett

 

Giorgia Spizzuoco

 

Il film che mi ha fatta più innervosire da quando guardo film. Sul serio, diciassette anni di film, più o meno, e mai un film mi ha dato tanto fastidio.

IL PLOT
La storia di Alex Supertramp, persona esistita realmente, che decise di lasciare tutto e tutti dopo la laurea per dedicarsi a non si capisce bene cosa. Una cosa è certa: vuole andare in Alaska e vuole andarci on the road, scroccando passaggi come fossero sigarette e seminando citazioni e sguardi intensi.

Partiamo dal fatto che non mi sarei mai aspettata una cosa del genere da Sean Penn. Io darei la mia vita per Sean Penn, ma lui non placherebbe i suoi istinti da filmmaker attrai mocciosi per me. Bene, mi sento ferita ora.
C’è poco da dire riguardo la tecnica di questo film, perché non è per nulla fatto male. Il montaggio funziona e riesce a raccontare la storia di questo scemo facendo salti ben coordinati tra passato e presente (inserendoci anche un po’ di sequenze in dalle luci tenui, così da stregare gli hipster in sala). La fotografia mi è piaciuta e credo che sia stata molto importante perché, essendo un film on the road, ci sono stati paesaggi totalmente diversi da raccontare attraverso la luce, ma la sfida non è stata sottovalutata e il risultato è uno studio interessante dei contrasti e delle luci.
La sceneggiatura, tutto sommato, non è da gettare. Il fatto che il passato sia identificato con l’unica voce che è per lui familiare (quella della sorella), mentre il presente è raccontato dalle immagini e da alcune didascalie diegetiche…non so, credo siano state scelte molto azzeccate.
Insomma, la regia era perfetta e non vedo l’ora di poter parlare del soggetto. Scusate se non mi sono soffermata più di tanto qui.

Il momento in cui Kristen Stewart esce di scena regalando al pubblico un assolo di labbro tremulo. LA GUASTAMOVIES!

Vi spiego anche da dove nasce l’idea di questo articolo: ieri l’abbiamo guardato con il professore di filosofia e abbiamo avuto un dibattito riguardo il protagonista. Ci siamo divisi in due gruppi, “eroe” e  “scemo”. Indovinate quale gruppo ha potuto contare sulla mia presenza…
Il personaggio è di per sé una contraddizione e il mio dubbio principale è: ma se n’è accorto Sean Penn che ha praticamente smerdato il suo protagonista? No, perché altrimenti mi dispiace per lui, perché vuol dire che sa di quanto questo personaggio sia fallimentare e lo reputa ugualmente un idolo.
Andiamo per semplici punti (ultimamente sono appassionata di piccole liste puntate, rendono la vita più semplice e bella):

  • Nell’ultima parte del film contraddice tutto quello che ha detto in precedenza. Dimostra, in altre parole, che nemmeno lui ci credeva tanto in quello che faceva. Le relazioni non fanno la felicità, ma poi si accorge di essere in punto di morte in un posto isolato e con le sue ultime forze scrive che la felicità è reale solo se condivisa. Poi muore.
  • Parte disdegnando la sua società, la sua famiglia e il futuro che si è guadagnato, ma ha sin dall’inizio intenzione di tornare a casa per poter scrivere di questa sua avventura. Infantile è l’unico termine rintracciabile al momento, per me. Alcuni miei compagni pensano che il suo viaggio sia solo uno strumento per una sua ricerca, altri che è un modo per dire di no alla società e alle ingiustizie senza polemizzare. Io credo semplicemente che Alex fosse un ragazzo acculturato ma, come parecchi miei coetanei, pieno di rabbia contro tutti (fin qui niente di male, no?)  e che non sia riuscito a maturare abbastanza da poter affrontare tutto, quindi si è lanciato in questa bambinata. Bambinata perché prevedeva un ritorno e, secondo me, anche un po’ di fama come grande rivoluzionario alternativo e blablabla.
  • Brucia soldi e documenti, poi va in un ufficio pretendendo di ottenere altri documenti con il nome di Alex Supertramp e lavora in fastfood e campagne per guadagnare ciò che gli serve per la sua spedizione. Ancora, un deficiente.
    Vuoi rinnegare la tua provenienza? Va bene, ma poi non tornare sui tuoi passi…è semplicemente incoerente da parte di un personaggio che ha vita prima su carta e poi sulla pellicola. Mi meraviglio di come non se ne siano accorti prima..

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La mia è una critica tecnica, anche se può non sembrarlo.
Un film che tocca tante tematiche e che di conseguenza ha un impatto molto forte con il pubblico più giovane deve necessariamente essere coerente.
Non parlo di correttezza, eh. Sia ben chiaro, molti dei film più importanti del cinema sono politicamente e moralmente scorretti. Parlo di quella coerenza che deve avere l’autore e regista nei confronti del film, perché si può mentire anche girando un film. Si può indorare la pillola, si può imbruttire un personaggio per risaltarne un altro e viceversa…si può far tutto, perché il cinema è arte, non propaganda (coff) o un progetto sociale (coff).
Se per mr. Penn questo Supertramp è stato un eroe, mi chiedo come mai gli abbia fatto fare tanto la figura dello scemo. Non c’è una frase, un proposito o un gesto che lui stesso non riconosca sbagliato alla fine del film…è come dire “mia mamma è la più brava di tutte le mamme, ma non sa fare niente e sbaglia sempre tutto. Mia mamma è la migliore”.

Ma ora, per concludere, accenno al fenomeno che questo film è diventato.
Ancora non mi è chiaro come da un fraintendimento di tali proporzioni abbia avuto vita un vero e proprio culto per una persona del genere. Avere ideali, principi e speranze…posso capirlo, c’è qualcosa da ammirare, ma se poi è lui stesso a dire “no, diamine, è stato tutto uno sbaglio!” e c’è gente che nemmeno lo capisce…beh, vuol dire che c’è qualcosa che non va.
Bastano le Timberland, le camicie a quadri, i libri sgualciti e un po’ di barba, dunque, a rende un personaggio un po’ insulso un’icona?

Piccola curiosità: Il Magic Bus di Alex verrà spostato per i troppi spostati. Qui l’articolo de La Repubblica al riguardo.

È ancora un mistero per me come certi personaggi riescano a passare per affascinanti dopo certe cadute di stile. Sì, questa faccenda mi lascia perplessa come quelli che piangono la fame e votano per Berlusconi.

CAST: Emile Hirsch, Kristen Stewart, Jena Malone , Catherine Keener, Marcia Gay Harden, William Hurt, Hal Holbrook, Vince Vaughn

Giorgia Spizzuoco

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Ho avuto la fortuna di avere un’amica bellissima che, nonostante fosse a Parigi in vacanza, mi ha inviato il link per il torrent e i sottotitoli in inglese per guardare in anteprima tra gli italiani l’ultimo film di Steve McQueen. Ah, se volete potete contattarmi sulla mail del blog (bestiedacinema@gmail.com) e vi invio i vari link, non sono taccagna su questo tipo di cose!
Ho capito solo ora che ci fosse altro dietro al disastro che ha combinato la BIM per le locandine. Non sono solo un potenziale insulto razziale, ma anche un concreto insulto al film. Non vi svelo troppo perché il film uscirà fra più di un mese, a quanto so io, ma poi capirete da voi…

Solomon Northup è un uomo libero che abita a New York con la sua famiglia. Corre l’anno 1841 e per un talentuoso violinista come lui ci sono moltissime offerte di lavoro, ma una in particolare sarà una trappola che strapperà Northup dalla sua vita per dodici anni, fin quando la giustizia non si ricorderà di lui.

Non so ancora come verranno tradotti i dialoghi in italiano, ma voglio iniziare dalla sceneggiatura, di John Ridley. Mi è piaciuta moltissimo perché accompagna le immagini violente del film con una violenza verbale e le scene più intense con discorsi sulla libertà davvero profondi. Il film non ha come scopo quello di elogiare il coraggio ma, anzi, di zittire una volta per tutte i moralisti: se vuoi tornare alla tua vita devi sopravvivere, se vuoi sopravvivere devi stare al gioco di chi comanda.
La fotografia torna in mano a Sean Bobbitt ed è ancora una volta impeccabile. Sarà che McQueen pare sempre avere tutto già pronto nella sua mente durante le riprese, ma le luci e i colori restano sempre qualcosa di impressionante…spesso ricordano le pennellate di un quadro (io nella foto che ho messo sotto al titolo rivedo Goya, ma magari mi sbaglio) e stupisce pensare che siano così perfette nonostante siano il prodotto finale di un lavoro a cui prende parte anche l’interpretazione dell’attore. Magari è coreografata, magari è solo arte.

Dopo il lunghissimo piano sequenza di Hunger, qui troviamo una regia più elastica. Ci sono più controcampi, ma comunque particolari e ricercati. Un piano sequenza abbastanza lungo c’è, ma non mi sembra il caso di individuarlo per voi e rovinarvi così parte del film. Le scene di azione o comunque dinamiche sono un esempio di come la macchina possa essere veloce senza far perdere chiarezza all’immagine. La violenza c’è e non viene mascherata mai, anche quando si risparmia l’esplicito atto si mostrano le ripercussioni oppure si inquadra i personaggi in modo tale da mettere in primo piano il dolore di chi è vittima e il piacere di chi abusa.
È un film forte, senza dubbio, e come la maggior parte dei film che quest’anno hanno riscosso molto successo è quasi privo di elementi musicali off, esterni all’immagine, in compenso ci sono un sacco di sequenze accompagnate da motivetti degli schiavisti (Paul Dano più inquietante che mai) o dalle canzoni che si cantavano nei campi. Questo rende il tutto più realistico, lo sappiamo, ma il regista ha reso tutto a favore della crudezza del film.
Le interpretazioni sono eccezionali, impeccabili. Chiwetel Ejiofor è molto più che credibile e dona dignità al suo personaggio quando è schiavo, umiltà quando è libero. Fassbender ritorna sotto la direzione di McQueen, ma non come protagonista. Riesce ugualmente a dare sfoggio della sua immensa espressività e bravura. Brad Pitt, credetemi, non ho capito che c’entrasse. È tra i produttori, forse per questo non gli hanno potuto dire di no…ma magari a qualcuno piace come attore, quindi non dico altro. Paul Dano e Sarah Paulson hanno ruoli tutto sommato marginali, ma comunque determinanti e non hanno dato il massimo in questo riuscendo a creare due figure ugualmente di impatto agli altri. Compare anche Benedict Cumberbatch e credo che con questa interpretazione si sia rifatto di quelle pessime critiche per Quinto Potere. 

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Django è il film che quest’anno ha scatenato più consensi nel 2012 e parla sempre della schiavitù in America. Il confronto è spontaneo da fare, perché entrambi i film sono destinati a diventare cult nella storia del cinema, ma in maniera differente.
Non fatevi strane idee: non potrei mai scegliere il mio preferito!
Django è più sarcastico, per certi versi. Dissacrante, oserei dire.
12 years a slave è struggente e commovente.
Entrambi ruotano intorno alla storia di un uomo che vuole riacquistare la propria libertà e deve subire soprusi, violenze ed umiliazioni. In entrambi casi c’è un uomo bianco che li aiuta, però c’è una differenza tra i due film: mentre nel primo è il protagonista stesso a liberarsi ricorrendo alla violenza, ma con Tarantino che ci vuoi fare, il secondo fa riferimento all’attività giudiziaria e legale che qualche volta ha giocato a favore delle persone di colore in quel periodo. Come a voler dire “non tutti erano delle merde totali, dai”.

Da oggi ho deciso di pubblicare il cast intero, così da non dimenticare nessuno. Mi fermo qui, altrimenti caccio qualche altro spoiler e quei pochi che rispondono alle mie recensioni mi tirano la verdura sul desktop.CAST:   Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender , Brad Pitt, Paul Dano,  Paul Giamatti, Sarah Paulson, Lupita Nyong’o, Benedict Cumberbatch

Giorgia Spizzuoco

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