Marie Antoinette | Il rewatch e la sua funzione essenziale

Sono sempre stata poco avvezza alla pratica del rewatch, ovvero a riguardare un film (in inglese fa molto più professionale/intellettuale. Che dire, c’ho provato).  Forse perché penso sempre che sia meglio guardare film diversi che guardare più volte lo stesso, forse perché solo alcuni film riescono a non conciliarti il sonno alla seconda visione e quindi l’ho trovato sempre poco produttivo.
La realtà è che alcuni film li riguardo, fino alla nausea, ma quando mi colpiscono molto. Certo, questa potrebbe essere una mia mancanza degna di nota di demerito, ma il fatto che abbia bei gusti in fatto di cinema mi aiuta un po’.

Per questo di recente ho rivisto uno dei film che mi ha colpita di più nella mia vita, ovvero Marie Antoinette che spero tutti sappiano sia di Sofia Coppola. Il film, quando lo vidi la prima volta (cerco di ricordare quando, ma chiedo troppo a me stessa e quindi no), mi affascinò talmente tanto che ricordavo qualsiasi scena perfettamente. Mi ha sconvolta guardarlo, poi, due volte di seguito e rendermi conto che non ci fossero particolari che mi fossero sfuggiti precedentemente e forse proprio per cercare qualcosa che non avevo notato ho speso due giorni interi col telecomando tra le mani per avere una moviola abbastanza precisa.
So che non dovrei dirlo in un articolo che si propone come una promozione di un’attività necessaria all’apprendimento di tecniche per la critica cinematografica, ma devo per forza inserire qualcosa per elogiare Kirsten Dunst e la sua interpretazione in questo film. Niente, è geniale nella sua gioiosità (per capire quello che dico guardate il film in lingua originale, è tutt’altra cosa) e non penso che una qualsiasi ventenne sarebbe riuscita ad immedesimarsi tanto bene nel ruolo di uno dei personaggi storici più affascinanti e controversi.

Dunque, l’ho detto, io del film ricordavo qualsiasi cosa. Dalla colonna sonora ai colori dei meravigliosi costumi di Milena Canonero, tutto. Tutto era impresso nella mia memoria, eppure riguardare il film mi ha aiutata ad affrontarlo sotto diverse prospettive fino a raggiungere un punto di vista quasi oggettivo, necessario per comprendere a fondo l’intreccio di idee, immagini e parole che è un film.
Il ritratto del personaggio, ad esempio, può risultare da una prima visione come un’ostentazione volta ad evidenziare con il linguaggio cinematografico ed attoriale i contrasti interni e le dinamiche relazionali di un personaggio tanto in vista quanto misterioso. Ma è solo con una seconda visione che si riesce ad evincere il tentativo della regista e sceneggiatrice di restaurare un’immagine barocca facendone trapelare i particolari marcando ombre e luci. Tentativo, a mio avviso, riuscitissimo dato che Marie Antoinette è uno dei pochi film che consente a chiunque di entrare sul serio nell’intimità di un personaggio storico senza violarne la sua immagina storico-sociale.
Stesso per il periodo storico, poco approfondito, ma comunque inquadrato alla perfezione. Senza spargimenti di sangue, Coppola Jr. è riuscita a riassumere la Rivoluzione Francese con una folla inferocita ed un fermo immagine di una sala di Versailles devastata. Collegamenti che è difficile cogliere dopo una prima visione, soprattutto dato che questo è solo uno dei tanti.
Certo, l’impronta stilistica e, forse, anche visionaria della regia è evidente, ma non si può dire che il film sia un elogio alla moda, alla sfrenatezza e all’alienazione, cosa che è invece Bling Ring (film che ho recensito malissimo appena ho aperto questo blog). C’è molto altro che sfugge anche allo spettatore più attento ed esigente.

Il ruolo fondamentale che svolge il rewatch nell’attività critica cinematografica consiste quindi nel rendere inefficace il tentativo di un film di coinvolgere lo spettatore, consentendogli di dedicarsi ad un’analisi più attenta e lucida di ciò che compone il film e consentendogli, soprattutto, di trascendere le immagini e le parole per ottenere una comprensione organica della pellicola. Per quelli che avranno letto il testo di Randolino Tomasi sarà facile ricordare che, nella parte finale, vengono riportati consigli tecnici e nozioni teoriche necessarie per poter ottenere un’analisi prima organica, poi omogenea di un film, ma mi sento quasi di dire che non è necessario guardare un film fotogramma per fotogramma per poter rintracciare le analogie che ne formano il leitmotiv narrativo e figurativo. Basta prestare attenzione, visione dopo visione, a tutto ciò che piano piano comincerà ad emergere da ciò che in musica potrebbe essere la melodia di una canzone, ovvero alle variazioni e a riconoscere a queste un ruolo di rilievo riguardo ciò che è introdotto ed assimilato al primo impatto.
Insomma, bisogna scorgere i messaggi subliminali di un autore ed analizzarli, per poter individuare la vera peculiarità di un film.
Ci sarebbero tantissime altre cose di cui tener conto, ma il mio intento era quello di rivendicare la validità di un’attività, da me in primis, spesso trascurata e di fare da “testimonial”.

Nuove esperienze come questa, una volta che entrano nell’ordinario dell’oggettivazione della propria passione, possono tramutarsi in abitudini metodologiche che non possono far altro che bene al proprio senso critico. Non serve farlo per ogni film (ma si può – se non si ha nulla da fare), ma sarebbe bene farlo ogni qual volta un film lascia qualche dubbio o toglie le parole.
Demistificare un film significa anche valorizzare il cinema in sé. Significa restituirgli la sua dignità artistica e il suo potenziale, senza lasciare che sia chi non ne capisce niente, chi guarda un film per essere dominato (Hitchcockianamente parlando), a ridefinirne continuamente il valore espressivo. 

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2 commenti
  1. Cathy ha detto:

    Bell’articolo, peccato che il blog (interessante e meritevole) non venga quasi mai aggiornato 😦

    Mi piace

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