La libreria del gufo presenta|Lezioni di regia

Da poco ho affrontato una lettura che mi ha segnata particolarmente. Tra i pochi, ma bellissimi, testi d’argomento cinematografico che ho letto negli ultimi anni, “Lezioni di regia” di Ėjzenštejn è quello che più di tutti mi ha coinvolta. La cosa potrebbe sembrare quasi un paradosso per quelli che hanno affrontato la lettura e sanno che si tratta di trascrizioni fedeli di particolari lezioni che il regista tenne, soprattutto riguardo la messa in scena, la composizione dell’immagine e il seguente montaggio.

Le lezioni che sono state riportare tra queste pagine, come è raccontato nell’introduzione al primo capitolo, avevano luogo nei locali di un ex-ristorante, ambienti particolari in cui il Gik (Istituto cinematografico) ospitava gli alunni per cinque anni al fine di impartirgli la preparazione necessaria a prendere parte a produzioni cinematografiche di un certo spessore. In una di queste aule viene presentato Ėjzenštejn al lettore. Quasi fosse un personaggio di un racconto, viene rappresentato brevemente, ma con la forza descrittiva necessaria a crearne un’immagine che prenderà vita nella mente del lettore pagina dopo pagina, con un’intensità sempre maggiore. Non vorrei cadere in sentimentalismi, ma il rapporto che si finisce inevitabilmente per stringere con le parole, quindi con il pensiero, di questo grande, grande uomo del passato è quasi concreto, un po’ come se si trattasse di una persona con cui trascorrete varie ore a discutere di formalismi tecnici.

Andando con ordine, credo che sia meglio iniziare col parlare di ciò che rende unico questo libro, ovvero il suo contenuto. Tra saggi e manuali che trattano di cinematografia e analisi sono pochi quelli che riportano esempi di approcci tanto concreti. Le lezioni riportate, infatti, non sono monologhi nozionistici su teorie rigide o del tutto astratte, ma elaborazioni di progetti veri e propri. Partendo da un passo di un romanzo, per esempio, si procede, anche con l’aiuto disegni esplicativi (riportati nel testo; sono di grande aiuto per figurarsi ciò di cui si legge, cosa sottovalutata da molti insegnanti che credono di poter inculcare nella mente di qualcuno la definizione di, ad esempio, “inquadratura” servendosi di una formula verbale o troppo sintetica, o del tutto criptica), alla destrutturazione di un episodio. Segue la comprensione del contenuto e la sua ricomposizione secondo un linguaggio cinematografico. Il primo passaggio è guidato da Ėjzenštejn, che si destreggia con naturalezza tra psicologia, letteratura e altre discipline, dimostrandosi per questo fondamentale nel momento successivo della comprensione. Gli alunni intervengono attivamente ed Ėjzenštejn corregge le tesi sbagliate ed avvalora quelle corrette attraverso dimostrazioni grafiche o ricorrendo a quelle regole formali che lui riteneva necessarie alla creazione di qualcosa di minimamente coerente. Lentamente si avvia il processo di composizione, della scena, dell’inquadratura o della singola battuta, che si rivela sempre, nella chiusura del capitolo impeccabile.

Per chi è alle prime armi, questo libro può rappresentare un’esperienza intensa, anche se indiretta, necessaria per “farsi un’idea” di cosa significhi lavorare meticolosamente ad un adattamento o ad una scansione filmica, in generale.
Per chi, invece, ha più esperienza, questo è un libro stimolante. Un tempo si sperimentava con niente e si riconoscevano formalismi tecnici ed estetici al solo scopo di trovare un modo per raggirarli e “creare”. In una condizione artistica come quella contemporanea, in cui si è quasi raggiunta la creazione di un modello standard con cui “confezionare” un film perché sia adatto al commercio, credo sia necessario ritrovare il gusto e il valore della sperimentazione. Osare con ragionevolezza è la condizione fondamentale , come ci insegna questo grande teorico dell’arte ed artista (se ne contano poche di persone che riescono a ricoprire entrambi i ruoli in una sola vita), per riuscire ad risanare la reputazione quanto il valore effettivo del cinema, oggi.
Mi vengono in mente le parole di Gramsci riguardo la cultura:

La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri.

Volendo, si potrebbero intendere per propri diritti quelli d’artista. La figura dell’intellettuale non è quella di un archivio vivente, capace di sfornare al momento necessario dei determinati dati, ma una macchina che rielabora i dati attraverso la loro organizzazione. Per chi aspira a fare cinema  questo discorso potrebbe tradursi in questi termini: non bisogna conoscere le regole del cinema per fare un buon film; bisogna tener presente tutte le regole e metterle sempre in discussione per poter trovare il modo di esprimere precisamente la propria visione o idea.
Diciamo che questo libro smentisce anche le posizioni principali riguardo l’apprendimento del cinema, ovvero i due secchi sì no. La lettura suggerisce, infatti, che il miglior metodo per apprendere le tecniche e le teorie cinematografiche sia quello di interrogarsi sulle scelte che bisogna prendere man mano che queste si presentano, cercando di trovare un filo conduttore che assicuri una coerenza nel prodotto finito e rischiando il più possibile ogni volta, verificando le ipotesi con simulazioni, per poter ottenere il massimo dai vari mezzi di cui il cinema si serve per dar vita alle immagini.

Insomma, ho ritenuto un bel gesto nei confronti dell’umanità concedere un po’ di visibilità in più ad un libro che vale davvero tanto. In Italia, stando alle statistiche di nonsocosa, i lettori sono in netto calo. Okay, è una cosa risaputa che le ultime generazioni sono allergiche alla cellulosa, ma io credo che se sui blog e sulle riviste più easy si facesse riferimento a qualcosa di un tantino più approfondito, magari nella mente di qualche giovanotto balenerebbe l’idea di informarsi, documentarsi. Lo dico per esperienza personale, perché è stato approfondendo ogni nome letto, ogni parola sconosciuta che sono arrivata ad avere quel po’ di cultura che ho e che non fa altro che spingermi a conoscere di più, sempre di più. Insomma, la curiosità è una cosa innata, ma necessita di stimoli per impadronirsi dell’animo dei ragazzini.
Poiché la mia vita è da sempre un insieme di coincidenze, trovo giusto dirvi che, quando ho chiuso il libro ho aperto Facebook e la prima notizia nella home era quella del film di Greenaway riguardo i giorni passati da Ėjzenštejn in Messico. I messaggi che mi manda Dio, Batman o come lo vogliamo chiamare.

-Giorgia Spizzuoco

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