Sono sempre stata poco avvezza alla pratica del rewatch, ovvero a riguardare un film (in inglese fa molto più professionale/intellettuale. Che dire, c’ho provato).  Forse perché penso sempre che sia meglio guardare film diversi che guardare più volte lo stesso, forse perché solo alcuni film riescono a non conciliarti il sonno alla seconda visione e quindi l’ho trovato sempre poco produttivo.
La realtà è che alcuni film li riguardo, fino alla nausea, ma quando mi colpiscono molto. Certo, questa potrebbe essere una mia mancanza degna di nota di demerito, ma il fatto che abbia bei gusti in fatto di cinema mi aiuta un po’.

Per questo di recente ho rivisto uno dei film che mi ha colpita di più nella mia vita, ovvero Marie Antoinette che spero tutti sappiano sia di Sofia Coppola. Il film, quando lo vidi la prima volta (cerco di ricordare quando, ma chiedo troppo a me stessa e quindi no), mi affascinò talmente tanto che ricordavo qualsiasi scena perfettamente. Mi ha sconvolta guardarlo, poi, due volte di seguito e rendermi conto che non ci fossero particolari che mi fossero sfuggiti precedentemente e forse proprio per cercare qualcosa che non avevo notato ho speso due giorni interi col telecomando tra le mani per avere una moviola abbastanza precisa.
So che non dovrei dirlo in un articolo che si propone come una promozione di un’attività necessaria all’apprendimento di tecniche per la critica cinematografica, ma devo per forza inserire qualcosa per elogiare Kirsten Dunst e la sua interpretazione in questo film. Niente, è geniale nella sua gioiosità (per capire quello che dico guardate il film in lingua originale, è tutt’altra cosa) e non penso che una qualsiasi ventenne sarebbe riuscita ad immedesimarsi tanto bene nel ruolo di uno dei personaggi storici più affascinanti e controversi.

Dunque, l’ho detto, io del film ricordavo qualsiasi cosa. Dalla colonna sonora ai colori dei meravigliosi costumi di Milena Canonero, tutto. Tutto era impresso nella mia memoria, eppure riguardare il film mi ha aiutata ad affrontarlo sotto diverse prospettive fino a raggiungere un punto di vista quasi oggettivo, necessario per comprendere a fondo l’intreccio di idee, immagini e parole che è un film.
Il ritratto del personaggio, ad esempio, può risultare da una prima visione come un’ostentazione volta ad evidenziare con il linguaggio cinematografico ed attoriale i contrasti interni e le dinamiche relazionali di un personaggio tanto in vista quanto misterioso. Ma è solo con una seconda visione che si riesce ad evincere il tentativo della regista e sceneggiatrice di restaurare un’immagine barocca facendone trapelare i particolari marcando ombre e luci. Tentativo, a mio avviso, riuscitissimo dato che Marie Antoinette è uno dei pochi film che consente a chiunque di entrare sul serio nell’intimità di un personaggio storico senza violarne la sua immagina storico-sociale.
Stesso per il periodo storico, poco approfondito, ma comunque inquadrato alla perfezione. Senza spargimenti di sangue, Coppola Jr. è riuscita a riassumere la Rivoluzione Francese con una folla inferocita ed un fermo immagine di una sala di Versailles devastata. Collegamenti che è difficile cogliere dopo una prima visione, soprattutto dato che questo è solo uno dei tanti.
Certo, l’impronta stilistica e, forse, anche visionaria della regia è evidente, ma non si può dire che il film sia un elogio alla moda, alla sfrenatezza e all’alienazione, cosa che è invece Bling Ring (film che ho recensito malissimo appena ho aperto questo blog). C’è molto altro che sfugge anche allo spettatore più attento ed esigente.

Il ruolo fondamentale che svolge il rewatch nell’attività critica cinematografica consiste quindi nel rendere inefficace il tentativo di un film di coinvolgere lo spettatore, consentendogli di dedicarsi ad un’analisi più attenta e lucida di ciò che compone il film e consentendogli, soprattutto, di trascendere le immagini e le parole per ottenere una comprensione organica della pellicola. Per quelli che avranno letto il testo di Randolino Tomasi sarà facile ricordare che, nella parte finale, vengono riportati consigli tecnici e nozioni teoriche necessarie per poter ottenere un’analisi prima organica, poi omogenea di un film, ma mi sento quasi di dire che non è necessario guardare un film fotogramma per fotogramma per poter rintracciare le analogie che ne formano il leitmotiv narrativo e figurativo. Basta prestare attenzione, visione dopo visione, a tutto ciò che piano piano comincerà ad emergere da ciò che in musica potrebbe essere la melodia di una canzone, ovvero alle variazioni e a riconoscere a queste un ruolo di rilievo riguardo ciò che è introdotto ed assimilato al primo impatto.
Insomma, bisogna scorgere i messaggi subliminali di un autore ed analizzarli, per poter individuare la vera peculiarità di un film.
Ci sarebbero tantissime altre cose di cui tener conto, ma il mio intento era quello di rivendicare la validità di un’attività, da me in primis, spesso trascurata e di fare da “testimonial”.

Nuove esperienze come questa, una volta che entrano nell’ordinario dell’oggettivazione della propria passione, possono tramutarsi in abitudini metodologiche che non possono far altro che bene al proprio senso critico. Non serve farlo per ogni film (ma si può – se non si ha nulla da fare), ma sarebbe bene farlo ogni qual volta un film lascia qualche dubbio o toglie le parole.
Demistificare un film significa anche valorizzare il cinema in sé. Significa restituirgli la sua dignità artistica e il suo potenziale, senza lasciare che sia chi non ne capisce niente, chi guarda un film per essere dominato (Hitchcockianamente parlando), a ridefinirne continuamente il valore espressivo. 

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Spring Breakers è un film che ho dovuto rivedere. In realtà, la prima volta che provai a guardarlo mi venne un’emicrania tanto forte che dovetti spegnere il PC per prepararmi un Tachicaf.
Scritto e diretto da Harmony Korine (il nome, un programma), Spring Breakers è la storia di quattro studentesse universitarie che, per pagarsi la droga e l’alcool in Florida, rapinano un fast food. Non hanno neanche i soldi per pagarsi la cauzione una volta beccate e diventano per questo le amichette di un criminale tamarro che paga loro la cauzione.

L’opinione di persone che stimo mi ha spinta a dare un’altra possibilità al film, ma devo dire che il risultato è stato semplicemente il calo di stima nei confronti di queste persone. Niente di significativo, ma non ho potuto fare a meno di ponderare sul perché persone intelligenti, colte e con uno spiccato senso critico si siano lasciate infinocchiare da questo film.
Le mie perplessità riguardano soprattutto il senso, la morale o quel vattelapesca per cui il film è stato concepito, scritto, girato e, per di più, distribuito. Mi spiego: una storia del genere potrebbe sembrare un’analisi critica del nichilismo dilagante tra le file di giovani studentesse americane, ma il fatto che nel finale si arriva ad un’esaltazione della figura della ragazzina strafatta e criminale demolisce tutte le premesse di chi vuole trovare un filo logico alla vicenda. Ma la cosa non è così semplice, perché ci sono più e più momenti in cui non è ben chiaro perché i personaggi agiscano in un certo modo…sembra quasi che le scelte vengano prese dalle attrici che interpretano quei ruoli, ovvero personaggi del calibro di Selena GomezVanessa Hudgens, Ashley Benson Rachel Korine. 
Si mormora che la scelta del cast sia strategica, ma questo complica ancora di più le cose. Ogni volta che emerge un particolare relativo a questo film che potrebbe condurmi a pensare che ci sia una critica di fondo, salta fuori una boiata epica. Nel linguaggio visivo utilizzato, infatti, è espressa la stessa confusione. Lungi da me ammirare chi si attiene a regole prescritte per la direzione di un film (soprattutto se indipendente), ma credo che un minimo di attinenza a ciò che il film vuole esprime bisogna che ci sia, ma come potrebbero le immagini chiarire qualcosa di, in sé, inconsistente?
Tralasciando la volgarità che trasuda da certe immagini (non perché ci siano persone nude, ma perché non hanno un significato. Un po’ come in The Wolf of Wall Street, facendo una scrematura tra tutte le scene di sesso o simili, si ridurrebbe la durata da tre ore a poco più di un’ora) e la molestia della fotografia, credo che l’errore più grande di questo film riguardi il montaggio. Senza dare informazioni sui personaggi, si pretende di creare una narrazione articolata in flashback e flashforward ed il solo risultato è un caos assurdo. Per non parlare della sceneggiatura che vuole affascinare lo spettatore grazie a dei contrasti che anche un dodicenne avrebbe potuto utilizzare per rendere interessante un argomento trito e ritrito. Puoi creare personaggi vuoti, ma non possono esserlo tutti e non possono esserlo le protagoniste. Intorno a cosa gira il film, dopo? All’unica cretina che, tra un rave e un altro, chiama la nonna per dirle che vorrebbe che anche lei fosse lì? O al gangester che inscena una fellatio quando gli viene infilata una pistola in bocca? Un ruolo va definito e poi assegnato, non indossato come un perizoma invisibile.
Mi viene in mente un vero e proprio fenomeno scoppiato nel 2014: Gomorra – La Serie . Possiamo dire che entrambi i prodotti affrontano la tematica della criminalità, ma per chi ha visto entrambi credo sia lampante quanto Gomorra sia chiarificatrice e drammaticamente riuscito rispetto a questo film, in cui non si hanno mai chiare impressioni su una scena, per quanto questa sia violenta, estrema o volgare. Non capisci mai se prenderla come una cosa brutta e basta o come una cosa brutta con un messaggio di fondo, quindi potenzialmente gradevole.
Di audio non ho mai capito nulla (sto provando a capirci qualcosa, ma credo che sarà per sempre una materia un po’ impenetrabile per me), ma so per certo che Spring Brakers, come molti altri film, devo ammettere, ti costringe a fare il DJ col telecomando, perché la musica ti stona e le voci sono un sussurro.

La performance artistica dei protagonisti, tra i quali figura anche James Franco, è deliberatamente un disastro e la cosa mi ha turbata tanto da portarmi ad una conclusione, che non so neanche se sia il caso di ritrattare (il primo sedicenne sudaticcio e brufoloso che mi viene a bestemmiare addosso per difendere Korine, che sarebbe il primo a prenderlo per culo, è morto – ho finito tutta la scorta di pazienza di una vita, ora mi tocca fare l’antipatica). Penso che il vero intento di Korine fosse quello di proporsi come il nuovo Von Trier, ma che non abbia ben capito che non basta schifare la gente per poter essere provocatorio, bisogna avere una coerenza, portare avanti un discorso che faccia incazzare mamme, critici, politici e pontefice. Un marasma di spunti di riflessioni, di riferimenti alla cultura pop e alla società contemporanea. Una sequenza sconnessa di insulti, di critiche e di ripensamenti. Sì, ripensamenti, perché se fosse stato davvero persuaso dall’idea che delle ragazzine non dovrebbero fare quello che fanno le sue protagoniste, non le avrebbe ritratte come ragazze-animale, istintive, violente, perverse e riluttanti alla comunicazione. Quasi sembra giustificare quella generazione nichilista e senza freni che un secondo prima stava criticando aspramente.

Mi dispiace per quelli che cercano film incomprensibili su cui montare interpretazioni ancora più assurde con cui costruirsi una reputazione di intellettuale, ma non tutti ci cascano. Se con Ken Park Korine mi aveva quasi convinto come sceneggiatore provocatorio e promotore di un’ermeneutica quasi creativa, con Spring Breakers mi sono ricreduta parecchio. L’ho precisato perché spesso critiche così aspre provengono da chi prova già antipatia per un determinato genere o autore, mentre io m’aspettavo tutto, tranne di ritrovarmi con un mucchietto di sabbia finissima, quasi invisibile, tra le dita strette.

Da poco ho affrontato una lettura che mi ha segnata particolarmente. Tra i pochi, ma bellissimi, testi d’argomento cinematografico che ho letto negli ultimi anni, “Lezioni di regia” di Ėjzenštejn è quello che più di tutti mi ha coinvolta. La cosa potrebbe sembrare quasi un paradosso per quelli che hanno affrontato la lettura e sanno che si tratta di trascrizioni fedeli di particolari lezioni che il regista tenne, soprattutto riguardo la messa in scena, la composizione dell’immagine e il seguente montaggio.

Le lezioni che sono state riportare tra queste pagine, come è raccontato nell’introduzione al primo capitolo, avevano luogo nei locali di un ex-ristorante, ambienti particolari in cui il Gik (Istituto cinematografico) ospitava gli alunni per cinque anni al fine di impartirgli la preparazione necessaria a prendere parte a produzioni cinematografiche di un certo spessore. In una di queste aule viene presentato Ėjzenštejn al lettore. Quasi fosse un personaggio di un racconto, viene rappresentato brevemente, ma con la forza descrittiva necessaria a crearne un’immagine che prenderà vita nella mente del lettore pagina dopo pagina, con un’intensità sempre maggiore. Non vorrei cadere in sentimentalismi, ma il rapporto che si finisce inevitabilmente per stringere con le parole, quindi con il pensiero, di questo grande, grande uomo del passato è quasi concreto, un po’ come se si trattasse di una persona con cui trascorrete varie ore a discutere di formalismi tecnici.

Andando con ordine, credo che sia meglio iniziare col parlare di ciò che rende unico questo libro, ovvero il suo contenuto. Tra saggi e manuali che trattano di cinematografia e analisi sono pochi quelli che riportano esempi di approcci tanto concreti. Le lezioni riportate, infatti, non sono monologhi nozionistici su teorie rigide o del tutto astratte, ma elaborazioni di progetti veri e propri. Partendo da un passo di un romanzo, per esempio, si procede, anche con l’aiuto disegni esplicativi (riportati nel testo; sono di grande aiuto per figurarsi ciò di cui si legge, cosa sottovalutata da molti insegnanti che credono di poter inculcare nella mente di qualcuno la definizione di, ad esempio, “inquadratura” servendosi di una formula verbale o troppo sintetica, o del tutto criptica), alla destrutturazione di un episodio. Segue la comprensione del contenuto e la sua ricomposizione secondo un linguaggio cinematografico. Il primo passaggio è guidato da Ėjzenštejn, che si destreggia con naturalezza tra psicologia, letteratura e altre discipline, dimostrandosi per questo fondamentale nel momento successivo della comprensione. Gli alunni intervengono attivamente ed Ėjzenštejn corregge le tesi sbagliate ed avvalora quelle corrette attraverso dimostrazioni grafiche o ricorrendo a quelle regole formali che lui riteneva necessarie alla creazione di qualcosa di minimamente coerente. Lentamente si avvia il processo di composizione, della scena, dell’inquadratura o della singola battuta, che si rivela sempre, nella chiusura del capitolo impeccabile.

Per chi è alle prime armi, questo libro può rappresentare un’esperienza intensa, anche se indiretta, necessaria per “farsi un’idea” di cosa significhi lavorare meticolosamente ad un adattamento o ad una scansione filmica, in generale.
Per chi, invece, ha più esperienza, questo è un libro stimolante. Un tempo si sperimentava con niente e si riconoscevano formalismi tecnici ed estetici al solo scopo di trovare un modo per raggirarli e “creare”. In una condizione artistica come quella contemporanea, in cui si è quasi raggiunta la creazione di un modello standard con cui “confezionare” un film perché sia adatto al commercio, credo sia necessario ritrovare il gusto e il valore della sperimentazione. Osare con ragionevolezza è la condizione fondamentale , come ci insegna questo grande teorico dell’arte ed artista (se ne contano poche di persone che riescono a ricoprire entrambi i ruoli in una sola vita), per riuscire ad risanare la reputazione quanto il valore effettivo del cinema, oggi.
Mi vengono in mente le parole di Gramsci riguardo la cultura:

La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri.

Volendo, si potrebbero intendere per propri diritti quelli d’artista. La figura dell’intellettuale non è quella di un archivio vivente, capace di sfornare al momento necessario dei determinati dati, ma una macchina che rielabora i dati attraverso la loro organizzazione. Per chi aspira a fare cinema  questo discorso potrebbe tradursi in questi termini: non bisogna conoscere le regole del cinema per fare un buon film; bisogna tener presente tutte le regole e metterle sempre in discussione per poter trovare il modo di esprimere precisamente la propria visione o idea.
Diciamo che questo libro smentisce anche le posizioni principali riguardo l’apprendimento del cinema, ovvero i due secchi sì no. La lettura suggerisce, infatti, che il miglior metodo per apprendere le tecniche e le teorie cinematografiche sia quello di interrogarsi sulle scelte che bisogna prendere man mano che queste si presentano, cercando di trovare un filo conduttore che assicuri una coerenza nel prodotto finito e rischiando il più possibile ogni volta, verificando le ipotesi con simulazioni, per poter ottenere il massimo dai vari mezzi di cui il cinema si serve per dar vita alle immagini.

Insomma, ho ritenuto un bel gesto nei confronti dell’umanità concedere un po’ di visibilità in più ad un libro che vale davvero tanto. In Italia, stando alle statistiche di nonsocosa, i lettori sono in netto calo. Okay, è una cosa risaputa che le ultime generazioni sono allergiche alla cellulosa, ma io credo che se sui blog e sulle riviste più easy si facesse riferimento a qualcosa di un tantino più approfondito, magari nella mente di qualche giovanotto balenerebbe l’idea di informarsi, documentarsi. Lo dico per esperienza personale, perché è stato approfondendo ogni nome letto, ogni parola sconosciuta che sono arrivata ad avere quel po’ di cultura che ho e che non fa altro che spingermi a conoscere di più, sempre di più. Insomma, la curiosità è una cosa innata, ma necessita di stimoli per impadronirsi dell’animo dei ragazzini.
Poiché la mia vita è da sempre un insieme di coincidenze, trovo giusto dirvi che, quando ho chiuso il libro ho aperto Facebook e la prima notizia nella home era quella del film di Greenaway riguardo i giorni passati da Ėjzenštejn in Messico. I messaggi che mi manda Dio, Batman o come lo vogliamo chiamare.

-Giorgia Spizzuoco

Salve a tutti,
questa è una sorta di lettera che indirizzo a tutti coloro che mi hanno sempre seguita o che, almeno, mi hanno letta spesso. Avrei preferito scrivere mille copie a mano e spedirvele, ma non sono così ipocrita da rinnegare la praticità del web per la comunicazione.
Questo è un periodo abbastanza difficile. Come ogni periodo difficile è anche un periodo importante e io ho deciso di affrontare i miei periodi difficili prendendoli di petto, senza lasciarmi spaventare da quello potrebbe succedere. Magari la penso così perché da poco ho affrontato quell’infame di Kierkegaard o magari ho semplicemente realizzato di avere poco meno di diciannove anni e abbastanza competenze per rendermi conto di non averne molte.
Ma tornando a noi, scrivo questa lettera per giustificare, per l’ultima volta, un mio gesto. Un gesto che di questi tempi potrebbe essere ritenuto quasi estremo, ma di cui vorrei svelarvi il valore. Ho deciso di chiudere la mia pagina Facebook alla vigilia dei 3000 iscritti e di dedicarmi al mio divenire. Snocciolerò la questione successivamente, ma la cosa andava detta d’un fiato.
La verità è che mi sono resa conto che non sono ancora qualcuno. Artisticamente, intellettualmente, eticamente parlando. La riflessione è nata dall’osservazione di vari personaggi che sono emersi dal web. Per quanto possa stimarne alcuni per qualche aspetto, posso dire che l’idea di realizzarmi seguendo quel cursus mi fa venire i brividi. Forse è il fatto che non c’è davvero sostanza in quello che molte persone propongono al pubblico; non c’è una conoscenza abbastanza critica e approfondita, non dico neanche universale, ma semplicemente sostanziosa.  È tutto basato sul format, qualcosa che funziona, e la sperimentazione non ha più un vero e proprio valore. Se si sperimenta e per cercare un altro format con cui conquistare il pubblico finché qualcuno non troverà un altro modo più efficace per intrattenerlo, perché quello che conta è che si parli, si tagghi (non so neanche se sia coniugabile come verbo, ma ci provo) e si condivida un lavoro e questo subito acquista valore presso l’opinione comune. Il senso critico, insomma, si sta estinguendo.
Il mio, ovviamente, è un discorso molto generico. Anzi, posso dire che in due anni ho conosciuto tantissime persone con cui condivido ogni giorno la mia passione e con cui, per grazia di qualcuno, mi trovo spesso a discutere animatamente. Però bisogna deporre le armi, a mio parere. I media non sono uno strumento che l’uomo è capace di controllare e per quanto possano giovare ai giovani, tanto sono nocivi alla loro formazione.
La mia pagina, ad esempio, mi ha consentito di condividere con più persone quello che scrivevo sul mio blog, ma col tempo mi ha anche condizionata molto. Perché ci sono delle regole per giocare bene sul web, per avere successo, e per me rispettarle ha significato, in più occasioni, darmi un pizzicotto sulla pancia. Mi è capitato più volte di pensare che la gente si aspettasse qualcosa da me e che fosse mio compito ingegnarmi per accontentare tutti, ma così facendo sono quasi arrivata a smarrire la retta via, ovvero a perdere di vista il vero motivo per cui ho dato vita a questo blog: trascrivere le mie impressioni, le mie riflessioni e, più in generale, tutte le fasi del mio sviluppo.

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Un cucciolo a caso, con in braccio un cucciolo



Di che farnetico?
Farnetico della mia crescita come persona. Perché il cinema è per me una continua scoperta, un momento di riflessione e di pace interiore, ma è anche il mezzo che mi ha aiutata, nel corso della mia breve vita, a scoprirmi.
Ma non c’è solo questo nella mia passione, infatti credo che scopo del cinema sia anche quello di risolvere tutte le problematiche che sorgono nel momento in cui due individui, o più, devono comunicare. Il cinema dovrebbe essere, a mio parere, un infallibile mezzo di comunicazione, o lo dovrebbe diventare. È probabile che io la pensi così perché ho da sempre avuto evidenti problemi di comunicazione, verbale e non, ma non penso di essere l’unica ad aver individuato nella settima arte questo potenziale, altrimenti non potremmo incontrare, volgendo lo sguardo al passato, tanti film. La gente avrebbe smesso di apprezzare il cinema, se questo non avesse comunicato qualcosa, necessario o meno che fosse, e si sarebbe subito cercata una nuova idea, perché l’unica cosa necessaria per l’uomo è riuscire ad esprimersi e, date le circostanze storiche, per esprimere la realtà, o la propria visione della realtà, c’è bisogno di scambiarsi occhi ed orecchie. Diciamo che io la vedo così.

Ci tengo a precisare che questo blog rimarrà in vita per sempre (incrocio le dita, speriamo s’avveri), ma sarà gestito come un diario, una raccolta di appunti. In due anni sono riuscita a crearmi un pubblico abbastanza vasto, ma ora voglio lavorare per me e su di me, sperando che ogni articolo possa stimolare una discussione, un dibattito. Lascio infatti sul fondo la mia mail privata, già riportata in una delle pagine di descrizione del blog, in modo tale che chiunque abbia suggerimenti o spunti interessanti possa subito entrare in contatto con me.
Vorrei concludere questo sproloquio esortando chiunque si senta oppresso da questo sistema per cui o sei bravo subito, non importa poi quanto durerai, o sei fuori a riflettere con serietà sul valore che si vuole dare al proprio lavoro, alla propria passione. Non è detto che ciò che io penso sia una verità universale, ma credo che la mia “rivoluzione” sia uno dei tanti modi efficaci con cui noi giovani potremmo sfuggire a questo progressivo annientamento di valori che si sta attuando grazie al ruolo centrale che ha ormai il Web nelle nostre vite.
Insomma, torniamo un po’ indietro, rivalorizziamo l’esperienza e le competenze, ritroviamo un criterio davvero valido per misurarci con gli altri e con le nostre passioni.
Incoraggio, sì, ma poi sta a voi mettere questa “rivoluzione” in atto.

Mail: giorgiaspizzuoco@gmail.com

Questo articolo nasce da una particolare esigenza. Sono in un periodo di blocco. Sono creativamente, produttivamente deficiente e questa cosa è abbastanza frustrante. In periodi come questi, perciò, cerco sostegno e spulcio autori emergenti o opere prime di grandi per sentirmi un po’ meno sola.  Puntualmente mi innamoro di qualcuno, o almeno mi infatuo di qualche personaggio e della sua storia fino a diventarne ossessionata. La cosa dura un paio di settimane al massimo, poi torno a tormentarmi da sola.

Negli anni ho accumulato una serie di crush che, a modo loro, hanno sempre un ruolo importante nella mia vita come adolescente malaticcia e sociopatica. Eccone alcuni.

ELLEN PAGE

Sinceramente non credo che sarei la stessa se nel 2008 non avessi visto Juno. Ho ancora il biglietto, ora che ci penso è da quel giorno in poi che ho preso a conservare tutti i biglietti del cinema. Penso che sia stato il contrasto tra la sua statura e il suo carattere a farmi innamorare ciecamente di lei. Avevo solo dodici anni, forse tredici, e trovai il mio mentore, quella persona a cui ispirarmi. Sì, sono cresciuta interrogandomi sempre su what would Ellen do.

GRETA GERWIG

Ammetto di aver iniziato ad apprezzarla sul serio solo l’anno scorso, dopo aver visto e rivisto Frances Ah, ma da quel momento non sono riuscita a liberarmi della voglia di avere un’amica con quell’espressione sempre spiazzata e malinconica. Non so, mi è capitato spesso, mentre guardavo suoi film,  di pensare che sarebbe una bella persona con cui passeggiare, bere birra e fare casino.
E poi ha dei capelli meravigliosi, Di’bono! E gli occhi verdi, che, non so se ve l’ho detto, ma sono il mio più grande debole.

XAVIER DOLAN

A volte penso di odiarlo, perché ha un talento assurdo ed è riuscito ad emergere prestissimo. Insomma, è molto giovane e vive a pieno la sua passione per il cinema, però c’è che è un ragazzo intelligente che non fa l’intellettuale, un ragazzo omosessuale che non fa la checca isterica in tv, sui giornali o alla radio ed è un prodigio che né si sputtana con esperimenti provocatori privi di senso, né si lascia tentare dal cinema commerciale.
Insomma, è uno che definirei “in gamba”, espressione che credo di non aver mai usato. Ma proprio mai, mai, mai.

Ci sono altre persone che in qualche modo stimo o che credo mi abbiano influenzata abbastanza, ma non penso che sia necessario prolungare l’elenco. Sono loro quelli di cui volevo brevemente parlare in un articolo assolutamente inutile, l’unico che riesca a scrivere da quasi una settimana. Dai, dai, dai che magari questi miei amici mi aiuteranno ad andare avanti.

Però sono curiosa: mi dite quali sono i vostri amici?

Tra i film in corsa per gli Academy Awards spicca, con ben otto candidature, The imitation game il biopic di un personaggio che è stato fondamentale per l’Europa e che ha subito una sorta di damnatio memoriae.

La storia, infatti, è quella di Alan Turing, matematico inglese che durante la seconda guerra mondiale lavorò con un team di esperti a Bletchley Park e riuscì a costruire una macchina che criptasse i messaggi indecifrabili inviati da Enigma, la macchina inventata dai tedeschi per nascondere le proprie mosse militari. Ma è anche la storia di una brutalità, ovvero della condanna che gli fu imposta in seguito alla scoperta della sua sessualità. Gli si chiese di scegliere tra la detenzione e la castrazione chimica e lui scelse la seconda per avere la possibilità di continuare a lavorare alla sua macchina, al suo Christopher. Ma le iniezioni di estrogeno non annullarono soltanto la sua libido, modificarono anche il suo corpo e lesionarono la sua psiche, già molto fragile. Questo, probabilmente, lo condusse al suicidio, effettuato tramite l’ingestione di una mela “corretta” con del cianuro.

Un biopic così, però, io non l’avevo mai visto.
La regia dello sconosciutissimo Morten Tyldum  mi ha sorpresa e forse anche un po’ sconvolta. Mi aspettavo qualcosa di preconfezionato, la solita biografia piena di drammaticità e richiami che fanno impazzire gli hipster, invece ho trovato sullo schermo una serie di immagini vere, delicate e prive di qualsivoglia stereotipo. Il fulcro del racconto sono le emozioni del protagonista, genio con evidenti disturbi compulsivi, e le vicende dei personaggi che ruotano attorno a lui, mossi dagli ingranaggi di un fatto storico di tragica importanza: la guerra.
Una cosa davvero interessante è il fatto che la moltitudine di argomenti che trapelano nel corso della storia siano stati a lungo tema di dibattiti, manifestazioni e fonte di indignazione, ma per il più evidente, ovvero la brutalità con cui venne affrontata l’omosessualità di questo eroe di guerra, sono dovuti trascorrere più di cinquant’anni per poter ricevere da Elisabetta la grazia postuma. Probabilmente ora molte più persone saprebbero chi ringraziare dopo aver visto un libro ucronistico come Fatherland se sapessero chi ha decifrato i codici tedeschi e ha deciso quando e dove fosse meglio intervenire. In due anni sarebbero potute morire tantissime altre persone, sì, ma avrebbe anche potuto vincere la Germania.
Ma le storie interessanti legate a questa vicenda non riguardano solo il protagonista. Il suo team, infatti, si componeva di un cervellone campione di scacchi di nome Hugh Alexander ( Matthew Goode), di una spia sovietica tanto ingenua da essere pedina dei servizi segreti britannici, di un giovane la cui famiglia era quasi tutta al fronte mentre lui scarabocchiava numeri e di una giovane donna, Joan Clarke (Keira Knightley), che dovette quasi contrarre un falso matrimonio per poter continuare a condurre un lavoro all’altezza del suo intelletto.

La sceneggiatura del film non è un capolavoro per quanto riguarda i dialoghi, però merita di essere definita tale se si pensa alla complessità della struttura e al fatto che non ci sia un momento in cui la chiarezza venga meno o in cui si sia tentati di controllare le notifiche sul cellulare (ormai uno sceneggiatore deve fare i conti con un pubblico distratto, non lo si può negare). Per questo bisogna congratularsi con Graham Moore, che ha riadattato per il grande schermo la biografia Alan Turing: the Enigma, opera di Andrew Hodges. Le scelte registiche di Tyldum tradiscono una particolare attenzione alla tensione della scena, che ha reso efficaci riprese mosse e montaggi veloci nonostante il film fosse una biografia piuttosto drammatica. L’ha velocizzata senza renderla trash e…mi piace! La colonna sonora di Alexandre Desplat è, al solito, un’accompagnamento decisivo, ma poco invadente, che si impone con timidezza nei momenti clou per poi ridursi a un fischiettio armonioso quando l’attenzione dello spettatore deve essere focalizzata su altro. Ma su cos’altro?
Su quello che è stato, a mio parere, il pezzo forte del film: Benedict Cumberbatch. Senza nulla togliere alle ottimi interpretazioni degli altri attori, soprattutto alla Knightley che questa volta si è impegnata più del solito a smascellare nei primi piani, bisogna riconoscere che un film del genere non avrebbe retto senza un attore capace. Un attore capace di interpretare un personaggio per certi versi molto simile a quello che l’ha reso famoso, Sherlock, ma completamente divergente proprio per il lavoro effettuato da Cumberbatch sul ruolo.
Niente, mi sembrava giusto precisarlo, perché spesso si definisce “bello” un film nonostante il lavoro superficiale del cast ed io questo non lo trovo assolutamente giusto.

Tirando le somme: per una volta concordo con le candidature degli Oscar. Già so che mi deluderanno durante l’assegnazione dei premi, ma la rassegnazione mi aiuterà nel placare la mia sete di sangue.
Se ancora non avete questo film, guardatelo. Vi farà davvero bene.

 

– Giorgia Spizzuoco

 

Questo articolo ha un destinatario preciso, per la prima volta nella storia del mio blog. Intendo rivolgermi all’organizzazione del Giffoni Film Festival. Ma prima di iniziare intendo chiarire che la mia polemica non vuole assolutamente risultare provocatoria. Io vorrei soltanto sensibilizzare chi di competenza e, sì, avrei potuto benissimo mandare una mail privata, ma non credo che io sia la sola a voler esprimere quanto segue, quindi ho ritenuto più adatto un post pubblico, che tutti possono leggere, commentare e/o contestare.


Lo scorso luglio ho preso parte, per la prima volta, al festival. Ero in Masterclass e credo che la mia esperienza al festival sia stata tanto positiva da aver lasciato una traccia indelebile nella mia memoria (proprio quella che mi tradisce nei momenti più utili come compiti in classe ed interrogazioni).
Ricordo che da sempre avrei voluto iscrivermi, partecipare alle selezioni e prendere parte alla manifestazione, ma prima dello scorso anno non avevo mai avuto il coraggio. Credevo che fosse qualcosa di troppo complicato, quasi inaccessibile. Poi, però, mi contattarono su Skype per il colloquio a distanza e mi trovai per la prima volta a discutere seriamente della mia più grande passione: il cinema.
Fino a maggio attesi trepidante il responso delle selezioni e quando seppi di averle passate (manco fossero un esame, esatto) feci un giro di chiamate infinito per comunicare il mio entusiasmo ai miei amici. Insomma, fu davvero una bella giornata, anche perché non avrei mai pensato di essere selezionata per la Masterclass, avendo appeno compiuto diciotto anni contro i 22 di media degli altri partecipanti.

Prima che avesse inizio il festival, la pagina Facebook ufficiale iniziò a condividere ogni settimana una celebrità che avrebbe preso parte al festival. Inutile dire quante volte ho boccheggiato davanti allo schermo del mio lentissimo pc fisso.
Quando seppi che Vittorio Storaro  avrebbe tenuto un incontro con noi Masterclass e che Gaudioso avrebbe insegnato per quasi una settimana a noi Masterclass di sceneggiatura mi sentii quasi male. Chi si sarebbe mai aspettato una cosa del genere?! Io, diciottenne che in un anno all’insegna dell’asocialità ho costruito delle basi abbastanza solide da poter gestire un blog di cinema, ma ho perso quasi tutti i contatti col mondo non avrei mai immaginato di poter prendere parte a qualcosa di tanto…WOW.

Ma non voglio perdermi in sentimentalismi: arriviamo al dunque.
Quest’anno l’organizzazione ha deciso di sorteggiare i giurati tra i vari iscritti.
Non ho subito contestato, sebbene sia subito andata nel panico più totale. Ho preferito aspettare le risposte mediatiche dei vari addetti e responsabili prima di buttare giù quello che nel gergo di noi blogger del napoletano è definito un “papiello“.

Però ora mi permetto di dire la mia.
Accetto che ci siano delle modifiche tra un’edizione e un’altra del festival, perché se la situazione rimanesse statica, ibernata al suo stadio primordiale, non ci sarebbe alcun sviluppo, negativo o positivo che sia.  Va detto però che un sorteggio è contemplabile tra le giurie dei più giovani, di quelli che sono inesperti per cause superiori e che magari tra un paio d’anni faranno un bel servizio a tutti noi più grandi.
Trovo più che ingiusto che anche per entrare in Masterclass bisogni sfidare la sorte. Voglio dire, davvero crediamo tutti quanti che valga la pena dare posto a chi non è motivato come altri?
Con questo non voglio peccare di superbia, come hanno fatto molte persone durante il corso della scorsa edizione e tramite i social network in questa settimana. Non credo di essere superiore o più meritevole di altri, ma credo di sicuro di non voler affidare una cosa a cui tengo tanto alla sorte. So che è difficile gestire tante iscrizioni, ma basterebbe sorteggiare le giurie semplici e “controllare” le Masterclass.
Lo dico perché ho tratto davvero tantissimo dagli incontri con tutti gli ospiti e gli insegnanti, lo scorso luglio, e non credo di dover rischiare di non prendere di nuovo parte a quest’esperienza perché qualcuno ha fatto il bulletto.

Chiudo il mio sproloquio suggerendo a chi verrà sorteggiato di godere al massimo della possibilità che questo festival rappresenta.
Parlate con tutti, guardate ogni film, ogni corto e ogni video che passa sui mille schermi a disposizione. Partecipate alle iniziative, tornate a casa solo quando le ginocchia non reggeranno più il vostro peso e imparate tutto quello che potete imparare dalla manifestazione in sé e dalle persone che circolano lì insieme alle loro idee. Davvero, fate del vostro meglio.

-Giorgia Spizzuoco

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